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Una supplenza inaspettata: Giovanni Bondi torna tra i banchi di scuola

Il "Maestro unico" intervistato da un gruppo di studenti della scuola secondaria di primo grado "Borsi"

lunedì 30 aprile 2018 15:49

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Il progetto denominato Piccoli giornalisti in rete è stato organizzato dalla scuola secondaria di primo grado “Borsi”, nella succursale “Pazzini”,  nell’ambito del Programma Operativo Nazionale (Pon) del Miur.

Il corso, attraverso 15 attività, ha fornito metodi e strategie per promuovere e potenziare le competenze linguistiche, il metodo di studio e le abilità nell’apprendimento. Attraverso lavori di gruppo, lezioni partecipate e interventi di esperti, gli studenti, al termine delle attività, hanno realizzato un articolo giornalistico strutturato su un’intervista all’attore comico Giovanni Bondi, noto a livello nazionale per la sua partecipazione al programma televisivo Eccezionale veramente.

Al suono della campanella che segna il cambio dell’ora, con la sua valigetta, il cappello in testa e uno sguardo che non si dimentica il Maestro Unico, celebre personaggio di cabaret dell’attore, si affaccia alla porta della classe tuonando: “Seconda I?” Scoppio di risate. Inizia così la gag sul ‘Maestro Unico’, inizia così la ‘supplenza inaspettata’ ma tanto attesa dai ragazzi.

Intervista a cura dei ragazzi.

Quali traguardi ha avuto nella vita?
“Un signore che poi ho scoperto che si chiama Babbo un giorno m’ha detto: “Mentre raggiungi il tuo obiettivo prova anche a studiare”. Così ho fatto. Però quello che mi è successo quella mattina di primavera in seconda media non ha mai superato nessun altro obiettivo. Ovvero, io volevo fare il comico; ho studiato e mi è servito. Ma il mio obiettivo principale era di fare il comico e ci sono riuscito. Il mio consiglio è di mantenere dentro di voi quella piccola luce che vi indica cosa vorreste fare da grandi, ascoltando però anche i consigli dei vostri genitori”.

Ha mai avuto paura di salire sul palco?
“Ho fatto lo Zelig, ho lavorato su Sky, ho lavorato in televisione, ma devo confidarvi che l’ansia , la paura positiva che avevo prima di entrare qui,  è stata quasi maggiore di quella che avevo quando andavo allo Zelig, perché far ridere voi è più bello.  In generale ho sempre paura. Il giorno che non avrò più paura smetterò di fare questo mestiere”.

Che rapporto ha con il pubblico?
Bello. Io ho avuto un maestro Paolo Migone. Quando avevo 18, 19 anni, mi diceva sempre, prima di montare sul palco, di uscire dal teatro o dal Pub e guardare le persone che entravano,  come erano vestite, che impressione ti davano;  perché ogni pubblico è diverso e  più uno riesce a entrare in sintonia col pubblico, più ha possibilità di farlo ridere. Il pubblico è fondamentale, è lo specchio di una persona; chi fa il mio lavoro più rispetta il pubblico, meglio è”.

Perché hai scelto il Maestro unico?
“Ho scelto il Maestro unico perché mi sono ispirato al mio Prof. di Matematica; mi colpi perché non riusciva mai a interrogare nessuno, era timido e quindi mi faceva ridere; questo insegnante era buono.  Ho cominciato così, facendo le sue imitazioni a scuola”.

Lei scrive i suoi testi prima o improvvisa?
“Un po’ e un po’. Si chiama canovaccio. Ci sono due tipi di tecniche per fare il comico: la prima è andare su internet prendere delle battute, stamparle e impararle a memoria. Altrimenti puoi scriverti delle tue cose impararle a memoria e dirle sul palco. Io ho avuto come maestro Paolo Migone che adotta un altro tipo di tecnica, quella della visualizzazione. Sono entrato in quest’aula e vi ho fotografato. Fra un po’ farò uno spettacolo a Prato. Ci sta che farò i primi 10 minuti ricordandomi di come siete vestiti, dei vostri colori, delle vostre voci, di quello che abbiamo fatto oggi; fisserò tutto attraverso dei punti, e proverò a improvvisare. Non ho mai scritto un testo ma l’ho sempre prima pensato. Ci sono altri comici che imparano tutto a memoria e chi, come me, adotta una tecnica diversa ovvero preferisce visualizzare”.

La prima volta che sei montato sul palco avevi paura?
“La prima volta avevo veramente paura tanta paura. Oggi è rimasta ma si è un pochino abbassata. Però quel giorno lì al teatro in via del Platano vicino al Mercato Centrale, la prima volta che montai sul palco, mi emozionai tantissimo. Sia perché c’erano i miei genitori, poi perché era una cosa che avevo scritto io e quindi ero ancora più emozionato. Andò tutto bene. Ho provato forse nel mio lavoro quel giorno lì, la prima volta in assoluto, l’emozione più forte di tutte. Avevo 18 anni era il 1992”.

Le è mai capitato di sbagliare una battuta mentre recitava?
“Sì. A volte mi capita di fare delle battute mentre improvviso e poi dopo dimenticarmi quello che stavo dicendo prima. Ed è la cosa più brutta del mondo! Mi è capitato tante volte di sbagliare battute e mi è capitato qualche volta di dimenticarmi quello che stavo dicendo. Ma vorrei fare con voi una riflessione: se non avessi commesso così tanti errori all’inizio non sarei forse migliorato così tanto dopo. Ragazzi a volte qualche sbaglio fa bene!  Senza errori la vita sarebbe, credo, di una noia mortale”.

Quali altri personaggi ha interpretato oltre al maestro?
“Una maga che, su un programma tv, faceva le carte, quando ero piccolo. Prima c’erano tante trasmissioni private. A volte la mia mamma andava via, io mi mettevo a guardare queste cose e ridevo… Altri personaggi: il maestro, Renato Zero, Vasco Rossi, Patty Pravo, un meccanico di Fauglia e un prete. Sì, anche i preti fanno tanto ridere…”.

Ti piace Livorno?
“Molto. Mi piace molto Livorno. Io non sono nato a Livorno ma un po’ più giù a Napoli, anche quella una città sul mare; mi sono trasferito quando avevo la vostra età da Napoli a Livorno. Questa città mi piace molto perché a 100 km ci sono le montagne dove sciare e a 5 metri c’è il mare. Quando crescerete un po’ ci sono un sacco di cose belle da fare a Livorno e dintorni: andare a ballare, tanti posti per fare sport. Livorno è una città bellissima. Quando erano vivi i nostri nonni potevano anche fare il bagno nei Fossi, noi oggi non possiamo. Peccato”.

Ha mai insegnato teatro?
“Sì. Attualmente no e un pochino questo lavoro mi manca, perché in generale è bellissimo. Io ho trovato tantissimi insegnanti bravi, qualcuno meno bravo, […], ma tutti quanti, chi meglio, chi peggio, mi hanno insegnato tantissime cose. Quando le insegnanti insegnano qualcosa, vi rimarrà attaccato sulla pelle per tutta la vita; loro sono il vostro passaporto un domani, quando viaggerete o farete qualsiasi cosa. Ora sono un paio d’anni che non insegno ma spero un giorno di poterlo fare nuovamente”.

Cosa voleva fare al posto di essere un comico?
“Io ho sempre insegnato Wind surf e ho fatto il bagnino. Poi 10 anni fa ho avuto un incidente, mi sono fatto male ai piedi e non ho potuto insegnare più windsurf; a volte ci penso e dico che quell’altro lavoro mi manca. Se non avessi continuato a fare il comico o meglio se non avessi avuto quell’incidente, avrei continuato a fare l’insegnante di Wind surf. Quindi il lavoro che mi piace di più oltre al comico è sempre insegnare ma un’altra ‘materia’, la conoscenza del vento”.

Perché ha deciso di lavorare nella G.B Band con Il maestro Lucarelli?
“Perché poverino è vecchio e io sono buono! ( risate ndr). No, può sembrare una battuta. Questo signore è bravissimo a suonare il pianoforte. Un giorno Diego Abatantuono mi ha chiamato per fare una trasmissione su La7 a marzo di un anno fa e io mi sono detto, dopo aver lavorato allo Zelig e su Sky, che non avevo più voglia di recitare da solo, quindi ho deciso di chiamarlo.  Poi, quando ho visto negli occhi di Lucarelli la felicità di essere andato in televisione, sono stato contento con lui. C’è un detto spagnolo che dice: “Nella vita non è importante fare grandi cose, ma piccole cose in maniera grande”.

Cos’è il Cabaret?
“Deriva da un termine francese, in realtà la comicità è innata in ognuno di voi. Ognuno di noi ha un comico dentro; ognuno di noi fa ridere. Poi se lo vuoi fare come lavoro come me, è un altro conto… Il termine cabaret non vuol dire nient’altro che ‘comicità’. La comicità come diceva il Monni, è il figlio pazzo del teatro, perché fa ridere, è una medicina naturale. Se le persone ridessero di più si ammalerebbero di meno”.

Le è mai capitato qualcosa di spiacevole con qualcuno del pubblico?
“Una volta in 25 anni. C’era una persona che disturbava perché era ubriaca. Dopo lo spettacolo lo trattai male. Ma ripensandoci, sbagliai”.

Cosa hanno in comune i personaggi che ha interpretato?
“Per me il fatto che ognuno di loro ha qualcosa che mi fa ridere. Quindi quando imito un personaggio è perché secondo me ha qualcosa dentro di lui che può far ridere le persone”.

Continuerà a fare il comico?
“Sono 25 anni che lo faccio. Io credo che fra un paio d’anni, due al massimo, smetto e comincerò a coltivare un altro piccolo sogno. Non è detto che se uno decide che da grande farà il pompiere, lo farà per 30 anni.  La vita è bella perché è varia. In realtà ho già iniziato un altro lavoro, una passione che coltivo, che è scrivere. Tra poco uscirà un libro che ho scritto e ne ho già iniziato un altro. Il mio sogno è che su questo ultimo libro un regista decida di farci un film”.

L’intervista è finita. G.B si rivolge alle insegnanti: “Se vi serve qualche altra supplenza io ci sono. Per me, voi ragazzi siete tutti promossi”.

Applausi.

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