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A Il Senso del Ridicolo sbarca la comicità milanese

Il direttore Bartezzaghi: "Milano culla dell'umorismo degli anni Sessanta"

sabato 29 settembre 2018 23:56

di Giulia Bellaveglia e Jessica Bueno

Continuano le programmazioni e gli eventi del festival dell’umorismo (foto in pagina di Simone Lanari). Se nel primo giorno di festival a tenere banco è stata Paola Cortellesi con l’intervista-spettacolo “Siamo stelle o caporali?” (clicca qui per leggere e vedere le foto) nel pomeriggio di sabato 29 settembre a divertire livornesi e non sono stati Stefano Bartezzaghi, professore e giornalista nonché direttore del festival, Sandrò Paté, giornalista ed esperto di cinema e Marco Ardemagni, autore e conduttore radiofonico e televisivo, con “Milano che ride, si diverte” (clicca sul link al pdf in fondo all’articolo per consultare il programma del festival).
Il giro d’Italia della comicità di cui ogni anno Il senso del ridicolo compie una o più tappe quest’anno ci ha portato in una delle aree metropolitane più popolose d’Europa: Milano.
Moderati da Bartezzaghi, Ademagni e Paté hanno quindi deciso di illustrare come la comicità milanese abbia avuto una stagione irripetibile a partire dalla fine degli anni Sessanta in cui ha toccato teatro, cabaret, cinema, radio, musica, letteratura, fumetti e televisione.
Attraverso vari aneddoti gli spettatori hanno avuto la possibilità di rivivere quel periodo e di ricordare alcuni tra i più grandi comici milanesi come Renato Pozzetto, Cochi Ponzoni (e di conseguenza la coppia Cochi e Renato), Enzo Jannacci, Teo Teocoli, Piero Manzoni, Giorgio Gaber, Mariangela Melato e molti altri.
“Tra il 1845 e il 1925 in Italia sono state pubblicate numerosissime riviste umoristiche, di queste la metà nella città di Milano – ha detto Bartezzaghi – Non è quindi difficile capire che questa città sia stata la culla dell’umorismo per gli anni a venire, che successivamente riuscì ad ampliarsi non solo sulle riviste ma anche nei locali con numerosissimi spettacoli di cabaret”.
“I film realizzati da questi autori, oltre ad essere molto divertenti, sono anche un’importante testimonianza dei luoghi di Milano di quegli anni – ha spiegato Paté – Io li chiamo “film a chilometro zero”, dall’autore alla sua città”.
“Vivere nella Milano di quel tempo deve essere stata un’esperienza unica – ha aggiunto Ardemagni – Passeggiando c’era la possibilità di incontrare personaggi del calibro di Ugo Tognazzi durante le riprese di Romanzo Popolare.
L’argomento è stato trattato anche nella conversazione successiva con Rocco Tanica, protagonista milanese dell’umorismo, della comicità e della satira italiana contemporanea.

Foto Simone Lanari

E la mattina Walter Fontana e Gabriele Gimmelli – Alle ore 12 di sabato 29 settembre, in Piazza dei Domenicani, lo scrittore e sceneggiatore Walter Fontana, in dialogo con lo storico del cinema Gabriele Gimmelli, ha dibattuto sulla complessa tematica di plagi, ispirazioni, furti nel campo dell’umorismo. In un’epoca di continua ricerca di originalità, il confine tra plagio e ispirazione è sempre più sottile. I due protagonisti dell’incontro hanno offerto al pubblico presento diversi esempi di copiatura di battute e scene comiche tra diversi film, con parallelismi tra la storia del cinema italiano e quello americano. Ci si accorge, di conseguenza, che non sempre ‘plagio’ è è la parola giusta per definire determinate situazioni: a volte si tratta semplicemente di spettacolari sincronie e sinergie tra diverse mente geniali e creative. Nell’occasione è stato presentato l’ebook “La comicità dei copioni”, che raccoglie gli interventi della tavola rotonda organizzata lo scorso aprile da Il Senso del ridicolo presso la IULM di Milano, in collaborazione con la SIAE. Un incontro condotto da Gabriele Gimmelli, che ha curato la pubblicazione, e l’autore e scrittore comico Walter Fontana, che è stato fra i protagonisti della tavola rotonda. Cliccando su questo link è possibile scaricarlo gratuitamente.

Il festival non si caratterizza, però, solo per gli incontri e le lectio magistralis, ma anche per la riproduzione di film cardini della cultura cinematografica italiana. E’ il caso di “Romanzo popolare”, film di Mario Monicelli degli anni ’70, riprodotto venerdì 28 settembre al cinema-teatro Vertigo di via del Pallone. Il film si sviluppa sulle tematiche sociali di quegli anni (il proletariato industriale, l’immigrazione meridionale, l’emancipazione della donna) su un impianto melodrammatico che ne ha decretato un grande successo di pubblico.

La trama –  Il metalmeccanico Giulio Basletti, scapolo cinquantenne interpretato da Ugo Tognazzi, decide di stabilizzarsi e creare una famiglia con Vincenzina, una ragazza molto più giovane di lui (Ornella Muti). Basletti non perde occasione di professarsi moderno e di mentalità aperta, in aperto contrasto con i parenti di Vincenzina. La sua vita si divide tra il lavoro in fabbrica, lo stadio e la quotidianità con la moglie fedele. A seguito di una manifestazione di piazza a cui Giulio partecipa il giovane Giovanni Pizzullo (Michele Placido) comincia a frequentare casa Basletti, celerino del Sud rimasto ferito negli scontri. Dopo questo incontro scoppia la passione tra Giovanni e Vincenzina. La ragazza confessa il tradimento al marito, sinceramente decisa a superare l’infatuazione e riprendere la vita coniugale di sempre. Ma Giulio non riesce a contenere la disperazione e la gelosia e, a seguito di una lettera anonima, si sente in diritto ma più che altro in dovere di cacciare pubblicamente di casa l’adultera. Stanca di sentire i due rivali rivendicare diritti di proprietà su di lei, Vincenzina abbandonerà entrambi al loro orgoglio maschile e alla loro incapacità di comprenderla. Ritroviamo i tre personaggi dopo alcuni anni: Giovanni, coniugato con una giovane “fedele ed ubbidiente, come deve essere una moglie vera e propria”; Giulio, che vive in malinconica solitudine la sua nuova vita di pensionato mentre Vincenzina, diventata sindacalista nella fabbrica di cui è capo reparto, ha imparato a non farsi più scegliere ma a prendere in mano lei stessa la sua vita e il suo destino, e a pagare da sola il prezzo della sua conquistata indipendenza.

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