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Da Livorno al red carpet di Venezia: Lorenzo Aloi è Sami, il rider che pedala per cambiare vita

Mercoledì 16 Settembre 2026 — 20:00

L'attore livornese Lorenzo Aloi di 28 anni negli scatti della fotografa Carlotta Francescutti

L’attore livornese è protagonista di “Rider”, il film di Roan Johnson e Dade presentato alla Settimana della Critica. Dalla gavetta ai lavoretti per vivere a Roma fino al ritorno a Livorno: “In Sami ho ritrovato la frustrazione e la voglia di rivalsa di chi pedala per inseguire un sogno”

di Giacomo Niccolini

C’è un ragazzo che pedala per le strade di Milano, consegna cibo, corre dietro alle notifiche e cerca di tenere insieme presente e futuro. Si chiama Samuele, detto Sami, ed è il protagonista di “Rider”, il film diretto da Roan Johnson e Dade, presentato alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia. A interpretarlo è Lorenzo Aloi, attore livornese di 28 anni, che al Lido è tornato per la seconda volta, ma questa volta con un ruolo da protagonista.

E proprio dentro Sami, Lorenzo ha trovato qualcosa di molto vicino a sé. Non necessariamente la bicicletta, ma quello che rappresenta: la fatica, la precarietà, la necessità di inventarsi un lavoro mentre si continua a inseguire un sogno. “Sami fa il rider, consegna il cibo. Rappresenta perfettamente quella categoria di giovani e non solo di persone che letteralmente pedalano, si fanno un culo così”, racconta Aloi. “Sono animati quasi sempre, se no chi lo farebbe fare?, oltre che da un’esigenza di sopravvivenza, anche da un senso di rivalsa, dall’inseguimento di un sogno, dal cercare di scavallare per poter fare qualcosa, diventare qualcuno”.

È qui che il personaggio smette di essere soltanto un ruolo cinematografico e diventa una metafora. Perché Sami pedala davvero, ma la sua è anche una pedalata simbolica: cerca di cambiare la propria posizione, di uscire da un contesto sociale che sembra già scritto. “C’è il paradosso di questa città, che in questo caso è Milano ma che secondo me oggi in Italia è simbolo di tantissime città: di tutta questa fatica che tu fai vieni ripagato zero. La tua posizione, il tuo contesto sociale, difficilmente riuscirai a cambiarlo pedalando. E facendo questa cosa sia letteralmente che metaforicamente”.

Lorenzo quella frustrazione l’ha conosciuta da vicino. Non facendo il rider, ma attraverso quella serie di lavori che spesso accompagnano la vita di chi prova a costruirsi una carriera nel mondo dello spettacolo. Quando ha incontrato i registi, si trovava proprio in uno di quei periodi. “Da quando sto a Roma, a fasi più o meno alterne ma in continuazione, ho dovuto trovare lavori alternativi che mi consentissero di vivere a Roma e anche di riempire quegli spazi, perché il mio lavoro è molto imprevedibile”. In quel periodo, racconta, “lavavo dei bicchieri con dei turni allucinanti”. E poi sono arrivati altri lavoretti: portare fuori i cani, fare ripetizioni, spostarsi attraverso una Roma enorme in bici elettrica, monopattino, con ogni mezzo possibile.

Per prepararsi a Sami, dunque, non ha dovuto inventarsi una sofferenza. Ha dovuto soltanto riconoscerla. “Nella recitazione si dice condivisione col personaggio. Ho fatto questo esercizio di cercare di sovrapporre delle cose che nel mio caso non erano andare in bicicletta, ma erano la frustrazione o comunque l’ingiustizia di fare una cosa e sentirsi magari ripagati poco”. Una sovrapposizione arrivata, dice, “in maniera molto istintiva”.

Un film nato dall’incontro tra cinema e musica

“Rider” nasce dall’incontro tra due mondi apparentemente diversi ma che nel film diventano parte dello stesso linguaggio: il cinema di Roan Johnson e la musica di Dade. Dade, musicista e produttore, già componente dei Linea 77 e collaboratore di artisti come Salmo, affronta con questo progetto la sua prima esperienza alla regia.

“Loro si sono un po’ completati rispetto a quella che era l’esperienza di ognuno”, spiega Aloi. “Entrambi si sono incastrati reciprocamente da un punto di vista artistico, portando il contributo del proprio linguaggio, uno musicale e l’altro cinematografico. Nella loro unione hanno trovato questo linguaggio ibrido, inedito, in un certo senso, al quale entrambi hanno partecipato mettendo a disposizione tutte le proprie conoscenze, sia tecniche che artistiche”.

Dade ha portato nel film il proprio universo musicale. E qui la musica non è un semplice accompagnamento, ma diventa un elemento narrativo. Alle canzoni hanno collaborato anche artisti come Margherita Vicario, Levante, Rosa Chemical, Johnny Marsiglia e Axos, oltre ad altri nomi della scena rap.

“Dade ha dato tutta la sua preparazione al fine di rendere la musica l’elemento più organico possibile, sia nella narrazione sia nella resa estetica del film”, racconta Aloi.

Un set decisamente fuori dagli schemi. E proprio questa stranezza, oggi, Lorenzo la considera uno degli aspetti più belli dell’esperienza: “Sto capendo proprio in questi giorni che il suo essere strano è l’elemento che lo rende il set più bello che abbiamo visto. È stata una cosa molto interessante, molto figa”.

Da Livorno al Centro Sperimentale

Prima di Milano, Roma e Venezia, però, c’è Livorno. Una città che Lorenzo non considera soltanto il luogo da cui è partito, ma qualcosa che continua a portarsi dietro, anche quando interpreta personaggi milanesi, romani o di altre città.

“Secondo me il livornese non sta soltanto nella fonetica, nel linguaggio, nel tono. Sta nell’ironia, in un’intelligenza e in una serie di elementi che, oltre a rendermi Lorenzo la persona che sono, mi rendono anche Lorenzo l’attore che sono”.

È una sorta di livornesità invisibile, che non necessariamente passa dall’accento. Un’energia, un modo di guardare le cose, una certa ironia. “Quando faccio un personaggio che può essere di Milano, di Roma, di qualsiasi posto del mondo, ma che ha quella caratteristica, quell’energia, che proviene da quel contesto sociale, gli esempi che ho visto a Livorno in termini proprio di esseri umani e di vissuto secondo me sono un tesoro”.

Aloi è nato a Cecina, ma ci è nato solamente “per motivi ospedalieri”.  Ma dal secondo giorno di vita è livornese. Ha frequentato il liceo Cecioni, indirizzo Scienze Applicate, e dopo il diploma si è trovato davanti a una scelta tutt’altro che scontata. Per qualche mese ha iniziato Ingegneria Meccanica, mentre parallelamente arrivava un’altra possibilità: il Centro Sperimentale di Cinematografia.

La strada dell’attore, in realtà, gli era comparsa davanti molto prima e quasi per caso.

Quando era alle elementari, la sua maestra segnalò alla classe dei provini per “La prima cosa bella” di Virzì. Lorenzo andò quasi senza aspettative. “La maestra ci disse: ‘Hanno una cosa interessante, il cinema è figo, stanno cercando dei giovani attori per alcuni ruoli, andate’. E io: ‘Vabbè, che noia sta cosa’. Però alla fine ci provai, la feci e… mi presero”.

Quello avrebbe potuto essere il suo primo film. Ma non lo fu. A ridosso delle riprese, il progetto cambiò e il ruolo del protagonista bambino venne affidato a un altro interprete. Da Kim Rossi Stuart a Valerio Mastrandrea. “Io dovevo essere il Kim Rossi Stuart bambino. Di Mastrandrea invece non ricordavo minimamente i tratti somatici. E così il ruolo sfumò dopo diversi viaggi a Roma a Cinecittà e varie prove.  “Ci rimasi male davvero e per me finì quel sogno”.

Solo apparentemente, però. Da lì sono arrivati gli incontri con lo zio Giuseppe Di Palma, con Luca Dal Canto, il corto “Corri Lorenzino”, poi “Il cappotto di lana” e “Due giorni d’estate”. Piccoli tasselli che hanno costruito una strada che Lorenzo, almeno all’inizio, non aveva nemmeno deciso di percorrere.

“È più una roba arrivata da fuori. Io non ho mai ricercato ed è capitato in questa maniera”. Persino quando arrivò il momento di partire per il Centro Sperimentale, racconta, era combattuto e sperava quasi di non essere preso.

Poi, però, la recitazione è diventata una scelta consapevole. “Al Centro ho deciso di prenderla seriamente, di impegnarmi, perché comunque è una scelta di vita. Mi sono reso conto che è una cosa vera. Adesso ti dico con molta più sicurezza rispetto a quando ero da piccolo: amo fare questa cosa”.

“Livorno me la porto addosso”

La distanza da Livorno, nel frattempo, non ha cancellato il legame con la città. Anzi. Lorenzo racconta di essere tornato questa estate per più di un mese, approfittando di un periodo di pausa, e di cercare comunque di tornare ogni volta che può.

“Non soltanto per la famiglia, ma anche per la città”, spiega Lorenzo.

E quando gli chiediamo i suoi luoghi del cuore, la risposta diventa una piccola mappa sentimentale della città: piazza della Repubblica, piazza Grande, piazza Cavallotti, la Venezia, poi il mare. E soprattutto due luoghi “magici”: il moletto di Antignano e il moletto della Baracchina Rossa.

“Ogni volta che vado lì con degli amici automaticamente mi sento ispirato”.

Forse è proprio il mare, più di ogni altra cosa, a rappresentare la distanza tra Livorno e le città in cui Lorenzo vive per lavoro. Roma, Milano: città grandi, veloci, dove tutto corre. Livorno, invece, conserva un ritmo diverso.

“Livorno ha delle caratteristiche che reggono il confronto secondo me con città incredibili che conosci, che conosco, che conosce tutto il mondo, ma con uno stile di vita, un ritmo, una possibilità, quella qualità della vita che non sono assolutamente scontate”.

E poi c’è una frase che sembra quasi uscita da un copione: “A Livorno ci vai a piedi dove ti pare, o meglio col tuo motorino, in bicicletta, e sei davanti al mare come chi ha pagato il biglietto aereo per andare in un altro posto di mare”.

I sogni: Garrone ed Elio Germano

A 28 anni Lorenzo non sembra avere intenzione di fermarsi. Anche perché, per sua stessa ammissione, è difficile immaginarsi altrove. “Non mi vedrei fare altre cose. Probabilmente non so fare. Non so se so fare questa, ma di certo altre ipoteticamente no”. E allora si parla di sogni. Di quelli grandi.

Come regista, il nome arriva quasi immediatamente: Matteo Garrone. “Io adoro Garrone. Secondo me Garrone in questo periodo storico sta sfruttando il periodo col cinema bello, critico sotto vari aspetti, tra quello creativo e l’industria stessa. È uno che quando esce un film sicuramente mi emoziono”. Gli piace il modo in cui Garrone racconta le storie, la sua capacità di essere “crudo” e insieme “sognatore”.

Come attore, invece, c’è un altro nome: Elio Germano. “Mi sembra proprio una persona molto interessante, di grande talento, che si trasforma sempre. Un attore che non fa qualcosa di comodo, in un certo senso. Si mette sempre alla prova”. Forse è proprio questa la direzione che Lorenzo sembra avere scelto: continuare a mettersi alla prova.

La seconda Venezia

Quella del 2026 è la seconda Venezia per Aloi. La prima era arrivata con “La Tana”, nell’ambito del Biennale College Cinema Festival. Questa volta è tornato al Lido con “Rider”, alla Settimana Internazionale della Critica.

Un’altra esperienza, un altro contesto, un’altra responsabilità. “Venezia ha questo clima proprio da cinema”, racconta. Anche se, ammette sorridendo, resta “scomodissima”: vaporetti, spostamenti, tempi e logistica fanno parte del rito tanto quanto il red carpet.

Il film arriverà nelle sale l’8 ottobre. E Lorenzo, nonostante l’accoglienza veneziana, non nasconde una certa curiosità per quello che succederà dopo: “Non abbiamo idea di come verrà accolto dalle persone, speriamo bene. Però è un po’ particolare come cosa, quindi vedremo”.

Intanto, però, una cosa è già successa. Un ragazzo partito da Livorno, passato dal Cecioni, da Ingegneria Meccanica, dal Centro Sperimentale, dai lavoretti per riuscire a vivere a Roma e da una serie di occasioni arrivate quasi sempre senza essere programmate, è arrivato al Lido.

E stavolta non è successo per caso.

Sami pedala per cambiare vita. Lorenzo, quella bicicletta, l’ha già presa.

(Foto in pagina di Carlotta Francescutti)

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