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Al Teatro Enzina Conte il Giulio Cesare shakespeariano rivisitato da Angelus Novus

Sabato 15 febbraio e domenica 16, al teatro Enzina Conte dell’associazione culturale Vertigo, la compagnia Angelus Novus presenterà un’audace rivisitazione di Giulio Cesare

Martedì 11 Febbraio 2020 — 11:49

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La compagnia Angelus Novus nasce nel 2009 in una casa del centro storico di Genova, grazie a un gruppo eterogeneo di attori, registi, insegnanti, filosofi, musicisti, film-maker e operatori culturali provenienti da esperienze diverse, tutti con la ferma intenzione di unire le forze per creare un punto di riferimento nella città. A questo scopo, con quattro assi di legno e materiali di recupero, hanno costruito un palcoscenico, un telo di proiezione, un proiettore, una sala studio e radunato un collettivo che avesse come primo obbiettivo la ricerca culturale e artistica. Hanno organizzato per sei anni eventi, concerti, mostre, spettacoli, seminari e momenti di condivisione delle diverse esperienze. Hanno così creato un luogo attorno all’idea che ognuno potesse portare agli altri quanto di meglio avesse da offrire, assetati di una cultura che non sia solo un’immagine staccata dalla vita, ma vita stessa.

Sabato 15 febbraio e domenica 16, al teatro Enzina Conte dell’associazione culturale Vertigo, la compagnia Angelus Novus presenterà un’audace rivisitazione di Giulio Cesare, il grande classico di William Shakespeare. Questa regia, curata da Francesco Deri (nella foto principale in pagina), si cimenta nell’impresa di mettere in rilievo quei caratteri che sono da sempre attuali nella scrittura del grande bardo. Tre attori interpretano a turno tutti i ruoli dell’opera, talvolta confondendosi, non riconoscendosi più, generando in questo modo quello straniamento che è comico e drammatico al contempo.
Di fronte all’urgenza politica di compiere un grande atto che si scriva indelebile nella storia e salvi la repubblica dalla tirannia di Cesare, tornato dittatore dalle guerre di conquista, i tre attori sperimentano sulla scena la sensazione di trovarsi un minuto prima e un minuto dopo l’occasione politica, rappresentata qui dal tirannicidio, con l’unico obbiettivo di rendere parte attiva il pubblico. Un teatro che non vuole dare risposte o indicare soluzioni, ma stimolare in ognuno quel nucleo emotivo che spinge a porre e inventare quelle domande fondamentali che ci verranno in soccorso nell’affrontare il nostro futuro.

La scena è un’officina dove gli attori costruiscono il proprio ruolo e affrontano la grande catastrofe degli eventi storici portando in scena brandelli del dramma shakespeariano, immagini dialettiche, scaglie di lavoro, urla di folla oppressa, identità tentate e abbozzate, inadeguate ad affacciarsi alla ribalta dello spazio pubblico nella vita politica. Suscitati dalla parola poetica, alcuni frammenti di tempo illuminati come in una costellazione, giungono a noi come avvertimenti, come materiali di ricerca da utilizzare nella lettura storica per la comprensione del nostro presente.

Per usare le parole di uno dei più grandi maestri del teatro moderno: “Mai come oggi si è parlato tanto di civiltà e di cultura, quando è la vita stessa che ci sfugge. La cosa più urgente non mi sembra, dunque, difendere una cultura, la cui esistenza non ha mai salvato nessuno dall’ansia di vivere meglio e di avere fame ma estrarre da ciò che chiamiamo cultura delle idee la cui forza di vita sia pari a quella della fame” (Antonin Artaud).

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