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L’incanto di Medusa. Charles Doudelet, il più geniale interprete di Maeterlinck tra il Belgio e la Toscana

Prosegue giovedì 13 febbraio 2020, alle 17, alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini (Collesalvetti, via Umberto I, n. 63) il Calendario culturale “Italia-Belgio 1900. La rivelazione dell’ignoto”

Venerdì 7 Febbraio 2020 — 17:31

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Prosegue giovedì 13 febbraio 2020, alle 17, alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini (Collesalvetti, via Umberto I, n. 63) il Calendario culturale “Italia-Belgio 1900. La rivelazione dell’ignoto”, promosso dal Comune di Collesalvetti, ideato e curato da Francesca Cagianelli, in occasione della mostra “L’incanto di Medusa. Charles Doudelet, il più geniale interprete di Maeterlinck tra il Belgio e la Toscana” (fino al 12 marzo 2020, tutti i giovedì, ore 15.30-18,30).

A scandire l’intera durata della mostra le sette puntate messe in campo per illustrare gli orizzonti europei del variegato universo creativo di Charles Doudelet verteranno sulle problematiche del rapporto culturale tra l’Italia e il Belgio all’alba del XXI secolo, laddove artisti del calibro di Félicien Rops, James Ensor e Fernand Khnopff sbancheranno letteralmente sui palcoscenici delle più prestigiose esposizioni italiane, provocando una vera e propria epidemia artistica, fino ad essere battezzati da Vittorio Pica quali “campioni di un intelligente e raffinato cosmopolitismo”.

In occasione della terza puntata andrà in onda la conferenza dal titolo Charles Doudelet e Benvenuto Benvenuti: un sodalizio tra Gand e Antignano, curata da Giuseppe Argentieri, Consigliere Fondazione Livorno Arte e Cultura, nonché membro del Comitato Scientifico della mostra.

Tale conferenza si presenta come occasione privilegiata per verificare i tortuosi e per così dire miracolosi destini che legarono il belga Charles Doudelet al livornese Benvenuto Benvenuti, sfociati in una raffinata pubblicazione stampata nel 1923 a cura delle Arti Grafiche S. Belforte & C. di Livorno, che altro non è che una sorta di profilo storico-critico dedicato a quest’ultimo, pronunciato nei termini di una dichiarazione di estetica misteriosofica, che ad oggi costituisce l’unico testo monografico di registro internazionale intitolato a un protagonista del Novecento Labronico.

Completa e suggestiva personalità di pensatore e di poeta, Benvenuti esercita, nell’intendimento di Doudelet, un’arte delicata e robusta ad un tempo, basata sulla “necessità dell’artificio”, unica garanzia per la trascrizione efficace di sensazioni di eccezione.

Missione precipua dell’artista moderno resta quella di decifrare l’immutabilità del mistero pur nell’alternanza delle opportunità luminose, non certo situazioni traumatiche, ma impercettibili sequenze di trasalimento emotivo causate da “l’ombra di un albero projettata di notte su un muro, una finestra aperta, vagamente illuminata nell’oscurità, una porta socchiusa…”.

Diventa dunque una fase privilegiata nell’ambito del percorso votato a un’arte cerebrale, vibrante di una sorta di malioso noir, la capacità di eleggere a motivo pittorico o grafico “il turbamento”, laddove scaturisca da “un brivido nato quando di notte un dito si posa per un istante sul vetro della finestra”.

Se è vero infatti che il “canto religioso e poetico” di Benvenuti tesse armonie gravi e melanconiche, come nel caso della prediletta iconografia dei cipressi, nel volo dei bianchi colombi che si librano a ritmi alterni nella luce e nell’ombra, quest’ultimo sembra racchiudere un proposito mistico di perenne bipolarità.

La conclusione riguarda proprio quella capacità di Benvenuti di adottare “un leggero tremolio di luce nelle ombre e dappertutto”, quasi si trattasse di un arpeggio, che giustifica la definizione dell’opera del Livornese nei termini di “un canto mistico”.

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