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8 marzo. Due donne, lo stesso nome, una sola divisa: le loro storie

Due storie completamente diverse, ma con una passione in comune: l'amore per l'Arma dei Carabinieri. Il tenente colonnello Irene Micelotta e il carabiniere Irene Podda parlano delle loro esperienze in occasione della Festa della Donna

Lunedì 8 Marzo 2021 — 07:00

di Giulia Bellaveglia

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Diversissime tra loro, l’una forte e determinata, l’altra delicata e ambiziosa, hanno scelto di parlare della loro esperienza di donne nell’Arma dei Carabinieri

“Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza” scriveva Rita Levi Montalcini. Ed è proprio il caso di dirlo, per raccontare l’avventura di queste due concittadine in occasione della Giornata internazionale dei diritti della donna.
Loro sono il tenente colonnello Irene Micelotta e il carabiniere Irene Podda.
Diversissime tra loro, l’una forte e determinata, l’altra delicata e ambiziosa, hanno scelto di parlare della loro esperienza di donne nell’Arma dei Carabinieri.

Con il tenente colonnello Micelotta, calabrese, classe 1975 e prima donna ufficiale paracadutista nell’Arma dei Carabinieri partiamo dagli inizi…

“Nel 2000 ho scelto di frequentare l’accademia militare di Modena. Questo è stato possibile perché proprio sul finire del 1999 sono stati creati dei bandi che consentivano anche alle donne l’ingresso in tutte e quattro le Forze Armate. Era il primo anno che il personale femminile poteva avervi accesso. Ho terminato il corso nel 2005 e avendo sempre voluto fare il paracadutista ho deciso di seguire quella strada. Per farlo, bisogna chiedere di effettuare alcune prove. Una volta superate, il Comando generale valuta se darti l’opportunità o meno.”

In questa sua esperienza ha riscontrato differenze rispetto agli uomini che frequentavano il corso?

“No, i parametri sono gli stessi degli uomini perché è previsto uno standard che deve essere uguale per tutti. Le prove sono abbastanza difficili e toccano tutti i settori della preparazione fisica: forza, velocità, coordinazione e coraggio. Tutti aspetti che riguardano il paracadutista. Una volta al Reggimento il corso dura dieci mesi e non è permesso fare assenze: non è concesso stare male o avere problemi personali, altrimenti vieni escluso. Mediamente, su novanta allievi che iniziano, terminano massimo in venti”.

Ha effettuato missioni all’estero?

“Sì, la prima esperienza all’estero è stata in Kosovo nel 2012, poi, nel 2013, sono stata capo divisione operazioni in una missione molto importante, adesso chiusa, in Palestina. All’epoca avevo una bambina di due anni e mezzo, è stata una cosa particolarmente difficile”.

Come è riuscita a conciliare gli impegni di lavoro con una figlia?

“In questo ho avuto, e ho tutt’oggi, il supporto di mio marito, anche lui carabiniere. Essere madre e carabiniere è complesso, ma chiaramente non impossibile. Le donne nell’Arma sono pochissime perché spesso si trascorre l’80% della giornata in caserma e quasi sempre a contatto solo ed esclusivamente con i colleghi.
Se le ragazze che lavorano con me avessero una relazione con un collega direi loro: «Siete normali, anzi, meno male riuscite ad avere relazioni emotive con altre persone.»” (ndr ride).

Sua figlia cosa ne pensa del suo lavoro?

“Mia figlia, che oggi ha dieci anni, ogni tanto mi chiede come funziona il mio lavoro. Voglio essere onesta: preferirei, come credo tutte le mamme, che lei facesse altro nella sua vita, qualcosa di creativo, di artistico. Tendo ad essere sincera e a dirle che è una vita piena di regole, di disciplina, di sacrifici.
Quando era più piccola una volta mi chiese: «Mamma ma tu sei maschio o femmina? Voglio dire, si vede che sei femmina, ma a volte fai cose strane»” (ndr ride).

I sacrifici di cui parla, pensa che abbiano la stessa portata per un uomo?

“No. Immagi una ragazza che non può scegliere come tingersi i capelli, come portarli, che orecchini mettere, cosa fare, perché tutto quello che fa, anche nella sua differenza di genere, è condizionato da regole molto restrittive.
Questa vita è chiaramente sopportabile anche se, confrontandomi con altre persone che conosco, professioniste certo, ma che hanno a che fare con una vita per così dire ‘normale’ noto spesso un’evoluzione dei loro gusti estetici, della loro personalità, del loro stile, mentre noi dobbiamo essere sempre uguali. Per un momento nella mia vita ho desiderato tingere i capelli di rosa, naturalmente non ho potuto farlo”.

Perché ha scelto questa strada? 

“In famiglia non ci sono militari, la mia scelta è maturata in autonomia e singolarità, e piuttosto in ritardo. All’epoca era stato creato un periodo transitorio per consentire di partecipare ai bandi anche a quelle donne che avevano più di ventidue anni, io ne avevo ventitré e presentai la domanda. Quando sono entrata non c’erano altre donne e per molto tempo sono stata alla ricerca di un punto di riferimento. Non avendo parenti nell’Arma nessuno sapeva darmi consigli, inizialmente per me è stato un vero e proprio un salto nel buio”.

Dai primi tempi in cui le donne hanno avuto la possibilità di entrare a far parte delle Forze Armate ad oggi, ha notato qualche cambiamento?

“Assolutamente sì. Quando siamo entrate non c’era alcuna forma di attenzione particolare per le donne.
Ricordo che il primo giorno il comandante del reggimento ci fece rasare i capelli perché la normativa generale dell’allievo dell’accademia lo prevedeva senza distinzione di sesso. Per praticità, personalmente, avevo già i capelli corti e non ne ho sofferto più di tanto, ma ricordo benissimo ragazze con i capelli lunghi che piangevano come disperate. Le norme che prevedono come raccogliere i capelli lunghi, come gestire il trucco e che gioielli indossare sono nate solo negli anni successivi.  Anche l’ingresso delle donne nell’Arma, come accade per qualsiasi cosa, è stata un’evoluzione al passo con il Paese”.

Quali sono i vantaggi per l’Arma dei Carabinieri di avere anche delle donne in servizio?

“Risorse umane differenti sono sempre una ricchezza. Quando siamo chiamati a valutare l’esistenza di particolari reati, ad esempio quelli sulla violenza di genere, avere a disposizione militari di entrambi i sessi permette di valutare maggiormente tutte le modalità di espressione della vittima. Inoltre, sono convinta che il personale femminile abbia il diritto di accedere a tutte le carriere e a tutte le articolazioni dell’Arma senza alcuna distinzione e che non abbia niente da invidiare ad un uomo”.

Il carabiniere Podda, sarda, classe 1998 è il carabiniere donna più giovane del Comando provinciale di Livorno e racconta una passione familiare “Nei secoli fedele”…

“Provengo da una famiglia che da circa cento anni è nell’Arma dei Carabinieri. La mia scelta è stata un trapassare di orgoglio e di onori in generale e soprattutto per mio padre, anche lui carabiniere. Quando tornava a casa da lavoro lo vedevo pieno di emozione ed era solito raccontare ciò aveva fatto. Nel mio paese ci fu un’alluvione, lui salvò un bambino e sua madre e per me diventò un eroe più che mai. Da lì ho sempre detto «Voglio fare il carabiniere». Mio padre è la persona più felice del mondo per la mia scelta, inoltre, quando ho bisogno di un consiglio, avere un punto di riferimento è fondamentale, anche se poi, scelgo sempre con la mia testa. Voglio fare quello che fa lui, ma meglio!”.

Per una ragazza così giovane, quali sacrifici comporta questa scelta?

“Mi sono arruolata nell’esercito nel 2018, a vent’anni, quindi ho rinunciato praticamente subito a che colore di smalto mettere o ad uscire a qualsiasi orario.
Sono stata costretta ad abbandonare molti degli amici che avevo perché non facevano una vita consona per me e mi sono vista costretta a cancellarli per sempre.
Le restrizioni sono tante, ma mi ritengo comunque fortunata. Ci sono molti colleghi con cui posso socializzare, usciamo tra di noi, stiamo tutti insieme. È una vita un po’ monotona, in questo momento ancora di più, ma sono rinunce che già si devono mettere in conto nel momento in cui si effettua la scelta di appartenere a questo corpo.”

La società come vede la presenza di un carabiniere donna?

“Nel mondo civile quando una donna interviene rimangono stupiti e spesso li sento commentare «Una donna?».
C’è chi non vuole parlarti perché sei donna, chi ti cerca proprio in quanto tale, probabilmente perché a volte una donna riesce a comprendere meglio un’altra donna.
Sono più di vent’anni che siamo nell’Arma, penso che ormai il cittadino si stia abituando a vederci anche fuori mentre interveniamo e non solo in ufficio. Mi auguro che sempre più donne possano entrare a far parte dell’Arma dei Carabinieri”.

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