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Cinquant’anni di don Paolo, prete fra la gente

Appuntamento venerdì 20 dicembre alle 18,30 nella chiesa di Santa Lucia ad Antignano. Qui monsignor Razzauti officerà la funzione insieme al vescovo Giusti per questo speciale anniversario

Venerdì 20 Dicembre 2019 — 06:30

di Giacomo Niccolini

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"Cosa mi piacerebbe trovare sotto l'albero di Natale per la mia Livorno? Tre cose semplici ma molto importanti: lavoro, serenità e cultura"

Don Paolo è come una piazza dove ci possiamo incontrare, confrontare ed anche scontrare, ma alla fine vince sempre il dialogo. E’ così che il vescovo Simone Giusti ha descritto monsignor Razzauti, prete fra la gente e per la gente. Cinquant’anni di talare, cinquant’anni in cui la “sua” Livorno è cambiata, è stata ferita, è caduta ma si è sempre rialzata. Cinquant’anni, che saranno ufficialmente festeggiati con una messa celebrata nella “sua” chiesa di Santa Lucia venerdì 20 dicembre alle 18.30, in cui monsignor Razzauti, (“ma vi prego chiamatemi don Paolo e datemi del tu”) ha sempre saputo guardare in faccia la sua gente, prendere per mano i giovani, accompagnare gli adulti ed accarezzare gli anziani con intelligenza e coraggio. Doti rare che ha sempre portato a testa alta sin da quel 1969 quando il vescovo Guano lo ordinò prete.
“Di vescovi ne ho visti tanti. Se li conto un attimo mi sembra siano sette – ricorda don Paolo Razzauti, classe 1945 e livornese vero – Da monsignor Piccioni, il più grande vescovo dello scorso secolo che Livorno abbia avuto, vescovo di Livorno per 35 anni, l’unico che non abbandonò mai la città durante la guerra e che se ne andò nel 1959 vedendomi entrare in seminario, fino all’attuale Simone Giusti. Nel mezzo Pangrazio dal 1954 al 1962, Guano dal 1962 al 1970 che segnò un vero e proprio spartiacque per Livorno tendendo significativamente la mano alla politica e all’allora sindaco Bino Raugi, passando per i trent’anni di Ablondi, dal 1970 al 2000, arrivando a Savio e Coletti di cui fui vicario generale. Insomma tanti bei ricordi, tanti momenti intensi”.
Tanti i ricordi, un mare interminabile che lui, non sapendo quale poter scegliere, racchiude in questa frase. “Il ricordo più bello? L’esser potuto stare in mezzo alla gente, quindi ascoltare incontrare. In questi giorni facendo anche una revisione di questi 50 anni ho ripensato ai tanti volti incontrati, al mistero di tanti incontri. E credo che questo sia la cosa più bella. Poter incontrare, ascoltare, aiutare ed essere aiutati. Perché l’incontro porta sempre un duplice aspetto: aiutare ed essere aiutati”.
Come è cambiato il modo di avvicinarsi alla Chiesa in questi tanti anni?
“E’ cambiato notevolmente. Ma in maniera strana. Prima non ci si avvicinava alla Chiesa perché c’era il contraddittorio, per me molto acuito, chiesa-comunismo, chiesa-politica. Un dualismo per me sbagliatissimo perché in fondo si lavora tutti per il bene comune. Quindi non ci dovrebbe essere la differenziazione tra un partito e la Chiesa e tra la Chiesa e un partito. Oggi c’è una difficoltà di avvicinarsi alla Chiesa un po’ per tutti i problemi che sono successi negli ultimi anni: dagli scandali ad altre situazioni e soprattutto perché oggi c’è una decadenza di valori morali, della famiglia e della solidarietà che fanno spesso allontanare dalla Chiesa che invece cerca di dare delle indicazioni un po’ più complesse”.
Una difficoltà che c’è sempre stata dunque. Ma a Livorno?
“Nella nostra città dobbiamo tanto all’incontro iniziale tra monsignor Guano, vescovo che ha lavorato nel Concilio, e al sindaco Bino Raugi, di aver aperto un dialogo allora sulla città veramente grandioso, tanto che al funerale di Guano era la prima volta che un sindaco entrava in Cattedrale in veste ufficiale da primo cittadino. Oggi siamo passati ad una Chiesa più catechistica e più sociale in alcuni aspetti e quindi c’è molta difficoltà anche sul tema degli immigrati: è un problema che nessuno affronta in maniera giusta e bisognerebbe farlo in maniera più coerente e concreta”.
I social. Lei, anzi tu, come ci hai chiesto di darti, usi spesso Facebook anche per alcuni commenti sui fatti che ci circondano. Può essere questo uno strumento per avvicinare le persone alla Chiesa?
“Certo. Ne sono convintissimo. Oltre ad essere su Facebook sono anche il responsabile della Parrocchia Virtuale della diocesi. Ad Antignano, qui in parrocchia, trasmettiamo anche la messa in diretta Facebook e adesso la Novena di Natale per magari gli anziani che non riescono ad uscire di casa. Credo che se utilizzati nella maniera giusta i social sono utilissimi”.
Cosa non riesci ad accettare della società di oggi?
“Non accetto questo contro. Oggi non c’è più politica, non c’è più religione o atto sociale se non contro qualcuno. E non per qualcosa o per qualcuno. E’ questo che mi preoccupa moltissimo. Questo contro. Si formano associazioni politiche per andare contro qualcuno o qualcosa, faccio una manifestazione di piazza per andare contro qualcun’altro. E niente per il bene comune. E’ li che dovremmo guardare invece. Al bene della persona per aiutarla a formarsi una propria identità e un proprio valore. Perché i nostri giovani non è vero che sono negativi…”.
Ecco ci stavamo arrivando proprio ai giovani… Se ne parla spesso tanto male. Ma secondo te è davvero tutto sbagliato nei giovani?
“Il negativo nei giovani c’è sempre stato, anche negli adulti, sia chiaro. Io credo che i giovani siano sempre stati propositivi. A volte usando metodi sbagliati. Però i giovani del ’68 per esempio è vero, hanno fatto una contestazione forte ma proponevano anche qualcosa. Pagando anche di persona. E tanti giovani d’oggi manifestano, propongono, ma non vengono ascoltati. Non vengono utilizzati per ciò che sono. Pensiamo ai Bimbi Motosi del 2017. Pardo Fornaciari ha fatto qualcosa scrivendo quel libro e facendo uno spettacolo su di loro. Poi, chi altro? Nessuno. E dove sono tornato questi ragazzi? Era un potenziale da utilizzare non tanto per qualche fine ma perché erano giovani, in gamba. Cerchiamo dunque a continuare a metterli in risalto altrimenti continuiamo a perderli…”.
Qual è, anche in questo senso dunque, il ruolo della diocesi della nostra città?
“Dovrebbe avere sempre un ruolo di rispetto delle varie idee. Un’agorà dove si incontrano le persone di diverse realtà. Io credo che la Chiesa quindi dovrebbe essere un ruolo dove ci si incontra. Una delle definizioni che hanno dato di me in questi giorni è proprio quella che ha dato il vescovo Giusti: don Paolo è una piazza, dove tutti si possono incontrare senza aver paura di essere espulsi. E io credo che la Chiesa dovrebbe essere questo: una piazza”.
Tra i tanti ruoli che hai avuto in questi anni tra cui vicario del vescovo, parroco, direttore del giornale della diocesi, rettore del seminario, qual è il ruolo a te più caro?
“Ogni ruolo ha avuto al sua importanza. Dai 32 anni in parrocchia, agli 8 anni di vicario più gli 11 mesi di amministratore diocesano a rettore del seminario. Se devo proprio dirla tutta il più coinvolgente e sconvolgente allo stesso tempo è proprio il ruolo di rettore del seminario perché decidi sulla vita della persone e decidi anche se quella persona, che magari sta in seminario un anno o due, è adatta o meno a fare il prete o meno. Io sono d’accordo con Papa Francesco quando dice meglio rischiare di perdere una vocazione che fare un prete sbagliato. Perché poi i danni li vedi e li paghi. In nove anni ho accompagnato al sacerdozio 16 ragazzi ma ne ho allontanati anche 22 ed alcuni anche dopo due o tre anni che erano in seminario”.
Quali i ricordi indelebili?
“Tanti. Tra questi nel 2007 quando, in qualità di amministratore diocesano, facemmo visita al Santo Padre insieme agli altri vescovi italiani. E’ un ricordo che mi porterò per sempre dentro. E in questi 50 anni poi non posso dimenticare la Moby Prince quando stetti 3 giorni e 3 notti lì su quella banchina mandato da Ablondi e il rogo a Pian di Rota dove persero la vita 4 bimbi rom dove presi abbastanza posizione al riguardo celebrando i funerali in Duomo”.
Come regalo di Natale cosa ti piacerebbe far trovare sotto l’albero alla “tua” Livorno?
“Lavoro, serenità e cultura. Credo che siano tre punti importanti. Quando c’è lavoro c’è anche più serenità e si riesce anche a fare più cultura. La serenità perché la serenità deve essere dentro di noi per potercela donare gli uni con gli altri e la cultura perché attraverso questa si comprendono meglio i valori che noi abbiamo e chi siamo e quindi possiamo camminare meglio. Mi auguro infine che ognuno quando si alza al mattino non si ponga troppo spesso la domanda cosa debbo fare oggi ma chi debbo essere oggi. Perché solo così forse potremmo crescere un po’”.
Non resta che ricordare a tutti coloro i quali ti volessero abbracciare, l’appuntamento per la festa dei cinquant’anni…
“Festeggeremo i miei 50 anni da don venerdì 20 dicembre alle 18,30 nella chiesa di Santa Lucia ad Antignano, in via Sarti dove officerò la messa insieme al vescovo Giusti. Mi hanno detto che ci sarà anche il sindaco, il presidente della Provincia, diversi preti mi hanno detto che saranno presenti… sarà insomma un momento di festa e di ringraziamento reciproco. Non è solo una festa per me ma una festa per la città, per la diocesi e per la gente perché ci siamo arricchiti vicendevolmente”.

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