Livorno piange il pittore Giò Di Batte
È scomparso a 82 anni il maestro livornese dalla lunghissima carriera e grande appassionato di ciclismo. Il fratello Nedo: “Era una persona buonissima e sensibilissima. Ha dipinto per tutta la vita, fino all'ultimo”
Livorno saluta Giò Di Batte, pittore che ha trascorso praticamente tutta la sua esistenza davanti a una tela. Nato alla fine del 1944, settimo di sette fratelli, Giò aveva trasformato la pittura in una professione e in una ragione di vita. A ricordarlo è il fratello Nedo Di Batte, che ringraziamo per la disponibilità, attraverso alcuni ricordi capaci di restituire soprattutto il lato più umano dell’artista. “Era una persona buonissima, sensibilissima. La sua sensibilità e le sue emozioni le esprimeva nei quadri”. Una sensibilità che, secondo il fratello, lo aveva accompagnato fin da bambino: “È nato col pennello”. E mentre Nedo usciva a giocare a calcio per strada, Giò rimaneva in casa a dipingere. Una passione così forte da accompagnarlo per oltre settant’anni, praticamente senza mai abbandonare il cavalletto: “La sua passione era diventata la sua professione. L’ha coltivata e portata avanti per 70 anni”. Accanto alla pittura c’era un’altra grande passione: il ciclismo, non soltanto raccontato sulle tele ma anche vissuto in prima persona. Giò aveva corso insieme a grandi campioni dell’epoca, tra cui Felice Gimondi. Nedo ricorda una gara a Monza, in preparazione di una competizione: “Gimondi arrivò settimo e lui sesto”. Un episodio che racconta bene quanto fosse forte anche in sella. Poi quella passione è entrata definitivamente nella sua arte. Giò ha dedicato opere a Fausto Coppi, Marco Pantani e ai grandi protagonisti del ciclismo, arrivando a pubblicare i suoi lavori anche sulle pagine della Gazzetta dello Sport, in occasione del Giro d’Italia e del Tour de France. Tra le testimonianze più particolari del suo rapporto con le due ruote c’è il lavoro realizzato a Dozza, nell’area di Imola, dove l’arte di strada ha trasformato il paese in un vero museo a cielo aperto. Un’opera dedicata a Pantani che, come racconta Nedo, porta dentro di sé il ricordo del campione scomparso e la sua bicicletta. La carriera era iniziata ufficialmente negli anni Sessanta, con la prima personale alla Bottega d’Arte di via Mayer e nel corso degli anni lo aveva portato a confrontarsi con importanti figure dell’arte italiana e a partecipare anche alla XII Quadriennale d’Arte di Torino nel 1974. Il figlio Daniele, che ha corso in bici fino al professionismo, e la figlia Maria Luisa, laureata in giurisprudenza, sono stati i suoi due orgogli più grandi.
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