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Sanremo, Livorno si veste di musica con i duetti di Bobo e Nigio

Anche se era tardi, abbiamo tolto il plaid dal divano, o le coperte dal letto e dal cuore, e siamo balzati in piedi con il pigiama, come se suonassero l'inno nazionale, per ascoltare i "nostri" artisti

Venerdì 7 Febbraio 2020 — 10:03

di Giacomo Niccolini

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Livorno si è messa il vestito da sera ed ha sceso la scalinata dell'Ariston con tacchi alti e lustrini.  L'applauso va tutto a Lei, per il salmastro che si trasforma in musica, per il libeccio che trasforma tutto in arte

Che spettacolo. Ma che orgoglio poi. Diciamocelo, con un tocco di provincialismo che non guasta mai in questi casi: vedere in una stessa sera sul palco dell’Ariston due artisti di casa nostra come Enrico Nigiotti e Bobo Rondelli a distanza di un’ora l’uno dall’altro, ci ha pompato il sangue nel cuore a mille. Anche se era tardi, abbiamo tolto il plaid dal divano, o le coperte dal letto e dal cuore, e siamo balzati in piedi con il pigiama, come se suonassero l’inno nazionale. “Belli dè”, abbiamo detto tutti dentro di noi. “Guarda bello Bobo, senti là che timbro”, “Grande Nigio, che poesia, che graffio”, “Quando tornate a Livorno vi si offre un ponce”.
Se ormai siamo “viziati” dal bel Nigio e dal suo volto che spopola sulle copertine di tutti i giornali per le altissime vette conquistate nel panorama della musica internazionale, siamo forse meno avvezzi a vedere Bobo Rondelli (sì proprio quello di Hawaii da Shangai, di Ho picchiato la testa, ma anche di Gimme Money e tante, tante altre) calcare con sicurezza il palcoscenico dell’Ariston, domare la tigre dell’emozione da chansonnier navigato, oscurando per una sera il carisma di Irene Grandi. “La musica è finita”, cantata a Sanremo nel 1967 da Ornella Vanoni, è riproposta al pubblico di oggi dall’insolito duetto Grandi-Rondelli (clicca qui per rivedere l’esibizione) con naturalezza, senza forzare, lasciando alla forza della canzone e all’intensità espressiva il gancio al cuore che scatena le emozioni, che sono arrivate forti. La voce di Bobo è una coperta calda, quel plaid che ci siamo tolti per ascoltarlo alle 1,20 di notte, Rondelli ce lo ha rimesso addosso in note. Con la voce. Con l’esperienza navigata di chi, rispettando il mostro sacro, si è messo in tasca l’ansia da prestazione e ha sfornato una performance da album dei ricordi, da far vedere ai nipotini.
E poi c’è Nigio. #Epcn, parafrasando lo show di Cattelan. C’è Nigio che con sicurezza ormai comprovata palleggia in versi con Simone Cristicchi ripercorrendo il filo rosso di quella dolce e rivoluzionaria hit che fu “Ti regalerò una rosa” (clicca qui per rivedere l’esibizione), vincitrice del Festival nel 2007. A distanza di 13 anni il merito di Nigiotti è quello di soffiar via la polvere da un’opera d’arte, di prendere un pennello fatto di pentagrammi, chitarra e microfono, per far rivivere, restaurando, un capolavoro della musica italiana. Cristicchi accanto, umile e maestro allo stesso tempo, mette in campo i soliti grammi di introspezione. Il duetto è un capolavoro di unica poesia.
Livorno si è messa il vestito da sera ed ha sceso la scalinata dell’Ariston con tacchi alti e lustrini.
L’applauso va tutto a Lei, per il salmastro che si trasforma in musica, per il libeccio che trasforma tutto in arte.

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