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“Uscii dalla finestra. Intorno il disastro. Tra le mille immagini l’odore di fango”

Intervista a Nogarin: "C’è stato chi si è ricordato che il sindaco non è un personaggio della Marvel e ha avuto la bellezza del gesto di capire quale momento difficilissimo stessi vivendo offrendosi come spalla per parlare e piangere"

domenica 09 settembre 2018 19:51

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di Carlotta Nigiotti

Qual è il suo primo ricordo di quella mattina?
“Un ricordo sonoro: un allarme che intermittente mi sveglia. Da lì, inizia un incubo di ore e ore, che sono difficili tuttora da mettere in sequenza da quanto appariva il tutto surreale. Sono stato svegliato da un allarme e sono atterrato in mezzo a un disastro. Dal sonno al disastro; l’ultima cosa che uno si può immaginare. Non avevo minimamente idea di quanto stava accadendo intorno a me; sono sceso giù, dove ho il locale tecnico, e ho messo i piedi nell’acqua e nel fango. Non riuscivo a capire. Non c’era corrente, non avevo segnale nel cellulare, il telefono fisso era isolato e non potevo neppure uscire perché le tapparelle sono elettriche: ero intrappolato in casa, inconsapevole di quello che succedeva fuori. Non riuscivo a capire, tutto era assolutamente inspiegabile. Così, mi sono vestito di fretta e furia e sono uscito dalla finestra del bagno, che è manuale, per vedere se riuscivo a prendere il segnale. E una volta fuori, attorno a me era tutto normale, niente che potesse far presagire la tragedia che era avvenuta. Tutto intorno era in silenzio. Camminando sono riuscito a trovare il segnale e a prendere i primi contatti, per primo col mio Capo di Gabinetto”.

Cosa ha provato una volta appreso quanto è accaduto?
“Ero incredulo. Dentro di me un senso di rabbia, soprattutto di incredulità: facevo fatica a credere che tutto quello che si stava delineando dalle telefonate fosse reale. Il Capo di Gabinetto, il comandante Pucciarelli, la Protezione Civile mi dicevano che non sapevano come fare a venirmi a prendere e io non capivo: “La città è devastata” mi rispondevano. In quel momento, che stavo costruendo la realtà, era uno scenario inimmaginabile. Ed ecco il perché del senso di rabbia e del senso di incredulità: quello che mi veniva raccontato era una realtà difficile, complicata da digerire”.

E oggi come sta?
“Sto male. Sto male perché quanto è successo segna l’individuo inevitabilmente in modo indelebile. Tragedie, come questa che abbiamo vissuto, credo facciano da spartiacque nel percorso dell’individuo dell’uomo e ti fanno vedere il meglio e il peggio della società. In mezzo alle tantissime cose belle c’è il degrado di una società che esprime cattiveria gratuita, inopportuna e fuori luogo che dimostra di essere la punta di un iceberg di un senso di società veramente e profondamente malata. E io questa cosa l’ho vissuta, l’ho subita e mi ha segnato in quanto uomo, per la mia sensibilità lasciando una cicatrice”.

Qual è l’immagine che non riesce a togliersi dagli occhi?
“Tra le mille immagini, quella che mi ha lasciato in silenzio a riflettere è stato vedere i segni sui muri delle ondate di piena che hanno marcato l’evento. Ma addirittura gli odori. Nelle primissime ore ho gestito la situazione da amministratore, blindato a programmare le operazione e non ho avuto modo di vedere. Una volta partita la macchine delle operazioni, ho potuto alzare la testa e andare a vedere i quartieri, la case, il Rio Maggiore, il Rio Ardenza, e ricordo l’odore di fango, forte e ovunque: l’odore di questa melma che si trovava in ogni dove. Perfino la gente per strada sapeva di fango. Tutto aveva l’odore di fango”.

Cosa l’ha colpita maggiormente di questa tragedia?
“In mezzo a tanta speculazione, c’è stato qualcuno che ha avuto la bellezza del gesto di abbracciarmi e capire quale momento difficilissimo stessi vivendo offrendosi come spalla per parlare, piangere e per urlare. C’è stato chi si è ricordato che il sindaco non è un personaggio della Marvel ma è un uomo, una persona con emozioni e con momenti di debolezza, e si è messo al mio fianco”.

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