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La recensione. Giulio Cesare: il male si prolunga oltre la vita, il bene viene sepolto insieme alle ossa

Non vi è dubbio che questo Giulio Cesare sia un’opera che non vuole abbracciare l’intrigo politico e psicologico servito dal (pre)-testo Shakesperiano, ma che è decisa a puntare ad una denuncia forte e incisiva sulla società di ieri messa su un binario parallelo a quella di oggi

Sabato 3 Febbraio 2018 — 12:40

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di Claudio Fedele

Battaglia di Munda, 45 a.C. Congiura contro Cesare: Idi di Marzo, 15 Marzo 44 a.C. Suicidio di Bruto: 42 a.C.
In questi precisi periodi storici ha inizio, si sviluppa e termina la tragedia di William Shakespeare, scritta presumibilmente nel 1599, rinomato dramma storico tra i più apprezzati a teatro e nella letteratura.
Opera, come per ogni altra quando siamo di fronte ad un prodotto del Bardo, che anch’essa si presta a numerose interpretazioni e chiavi di lettura, che non cela al suo interno un’universalità ed una versatilità nel volersi e sapersi adattare ai tempi moderni. Sono, la contemporaneità e la qualità dei contenuti elevata, due aspetti che il regista Alex Rigola non sottovaluta, ma, anzi, prende a modello del suo riadattamento per poi allestire una pièce teatrale che vuole interrogare il pubblico su un contesto storico sociale che lo tocca da vicino, che mira a scardinare i cruenti eventi del nostro tempo.

Non vi è dubbio che questo Giulio Cesare sia un’opera che non vuole abbracciare l’intrigo politico e psicologico servito dal (pre)-testo Shakesperiano, ma che è decisa a puntare ad una denuncia forte e incisiva sulla società di ieri messa su un binario parallelo a quella di oggi.

Soffermandoci ad un piano puramente “superficiale”, o narrativo, abbiamo un vasto campionario di dramatis personae che vedono primeggiare, su tutti gli altri, i congiurati, i quali vogliono, nei primi atti  dar vita al noto assassinio del dictator di Roma. Le figure che più familiarizzano con il pubblico, condividendo con questi i dubbi e le volontà del proprio agire e della propria anima, sono Cassio (interpretato da un’efficace Margherita Mannino) e Bruto, emblematico antagonista che, al machiavellico compagno appena menzionato, viene fin da subito aggredito dal rimorso e dall’incertezza per quanto riguarda l’atto di commettere l’omicidio di Giulio Cesare.

La tragedia, con il suo progredire, si arricchisce di un numero considerevole di personaggi, da Lepido il valoroso alla disdegnata Porcia, dal giovane Ottaviano, che si vede successore di un’impero, al fido Marco Antonio; il dramma si pone come un vero e proprio banchetto luculliano dove molti sono i punti di vista da prendere in analisi, dove ogni particolare è carico di quella sfumatura e profonda ricchezza a cui pochi autori, oltre Shakespeare, sono arrivati.

Cesare (interpretato da Maria Grazia Mandruzzato), di cui la tragedia porta il titolo, è un fantasma, uno specchio per le allodole, un inganno a cui lo spettatore è costretto a scendere a patto, perché l’intero allestimento punta ad avere il proprio centro nevralgico sul contrasto tra ben altri personaggi. L’ambiguità che fa da padrona di questo lungo percorso di pentimento e violenza si riscontra tanto nelle battute quanto nella presenza degli attori, proprio perché sembrano i comprimari, l’intero gruppo dei congiurati, a essere, in contrasto ed in virtù di quel che è l’autentico cardine dell’azione, personificato nella figura di Cesare, i veri protagonisti della storia. E’, a livello puramente narrativo, quanto di più bello Shakespeare abbia saputo dare alla luce: una ambivalenza ed un’interpretazione che si presta all’indole ed al bagaglio culturale dello spettatore, alla sua predisposizione ed alle simpatie che quest’ultimo coltiva durante la messa in scena.

Il Giulio Cesare di Rigola ha, fondamentalmente, a cuore un unico elemento che, fin dalla domanda che viene proiettata su delle assi di legno che fanno da sfondo alla scena, riguarda la responsabilità che i potenti hanno sul mondo di garantire la pace e quanto le decisioni prese dai “grandi”, i dicatores di oggi, possano pesare ed avere delle conseguenze sulle persone comuni. Dietro ai gladi e pergamene, la modernità di questo spettacolo prende forma, al di là della propria estetica pop, dell’uso di elementi multimediali avanzati (come la telecamera ed i microfoni) e della musica tecno, proprio nel volersi contestualizzare e attaccare ai bombardamenti in Siria, a gli accordi di governo tra i capi di stato, ed alle conseguenze che portano le guerre.

Il messaggio finale, forse un po’ scontato, è che la guerra in nome della pace porta solo ad altra guerra. Violenza, in nome anche dei più alti ideali, trascina l’Altro a commettere altra violenza, le ferite di Cesare, le pugnalate a lui inflittegli, in nome di un mondo migliore, sono le putrescenti fondamenta da cui prenderà forma una nuova rivolta, guidata da Marco Antonio e Ottaviano e non un regno di armonia; a pagare, vittime collaterali del conflitto, la cui unica colpa è di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, sono gli innocenti.

Sulle cause e le motivazioni delle proprie azioni da parte di chi governa, Rigola si sofferma parecchio, tanto che, dopo una prima mezz’ora che vede coinvolti numerosi personaggi in un frenetico scambio di battute (che ad onor del vero non viene reso nel migliore dei modi dando l’impressione che, più che di contestualizzazione spazio-temporale e tensione, si sia di fronte ad una gran confusione, ben espressa dall’introduzione dei comprimari travestiti da lupi che si prendono a spintoni sul palco), il dramma storico acquisisce i contorni di tutta una serie di monologhi attraverso cui i vari Cassio, Cesare, Antonio espongono la loro natura e la loro vera indole.

Alla frenesia iniziale prenderà, con coerenza, posto una tensione che avrà il proprio culmine nel cesaricidio, a cui seguiranno i funerali del grande Giulio Cesare. L’ultimo addio al condottiero romano è l’apice emotivo ed il momento più alto raggiunto dalla rappresentazione, laddove anche il pubblico si fa partecipe della scena, dove Rigola trasforma la platea, i palchi ed il loggione nel palcoscenico e gli spettatori, tramite il meta-teatro, diventano il popolo di Roma. Ecco che, proprio come uno degli acronimi più famosi della storia, S.P.Q.R. (il senato ed il popolo romano) diventano un tutt’uno e prendono vita secoli dopo nella finzione teatrale dinnanzi alla cerimonia funebre di un grande uomo, che, stando ad alcuni, ha dato tanto a Roma; mentre, per altri, ha arricchito se stesso e la propria ambizione.

Siamo sempre nell’ambito della stessa chiave di lettura per quanto riguarda l’intera tragedia: che siano gli uomini di onere a muovere i tasselli della storia, i grandi strateghi o gli opportunisti ambiziosi, il popolo rimane un periferico compartecipe che è destinato a vivere passivamente gli eventi che lo circondano. Se oggi è la televisione, la radio, i social a svolgere questa funzione, di finta conoscenza e consapevolezza, un tempo lo erano il foro, la piazza, l’agorà. Gli uomini d’onore, agiscono, per il bene del paese o di loro stessi e devono motivare le loro azioni, rendere di conto a chi li ha “eletti” (quando siamo di fronte ad una democrazia), ma Rigola limita all’enunciazione i riguardi che questi illustri personaggi hanno nei confronti delle persone di cui si assumono la responsabilità: i cittadini.

Rientrando nella cornice drammatica, Giulio Cesare espone un primo atto caratterizzato dal contrasto e dalla violenza, che culmina con l’omicidio, acquistando una tensione schiacciante, mentre relega alla seconda parte una funzione meramente descrittiva, che preme l’acceleratore sull’azione fisica e sull’impianto visivo, tanto che l’enfasi, il coinvolgimento dialettico, raggiunto sapientemente alla fine della prima parte, viene quasi totalmente a mancare, laddove gli attori dialogano ormai tramite microfoni, frammentariamente, come se fornissero una telecronaca dei fatti, proiettati a scoprire, sullo sfondo, l’effigie che, in tempi recenti, è divenuta il simbolo della strage degli innocenti delle guerre: il bambino Aylan , trovato morto su una spiaggia e fotografato in quella che è diventata una posizione ormai simbolo delle conseguenze belliche odierne. D’altronde, nel voler rimarcare il concetto: chi è più innocente e senza colpa di un bambino?

Si parli di Roma o di U.S.A., di guerre galliche o attentati terroristici, per Alex Rigola il male è un qualcosa che trascende lo spazio ed il tempo, ma che purtroppo rimane costante. Quel male che fa disumanizzare l’umano, lo allontana dalle pulsioni della vita e del piacere, si guardi Porcia Catonis, moglie di Bruto, vittima del suo abbandono, morta suicida di dolore per la negligenza di quest’ultimo nei suoi confronti, prima della battaglia finale di Filippi. Un male reale, dettato dalla volontà, non metafisico, che dà il via ad una spirale di odio, violenza, immaginaria e di incertezza che scava nel nostro Io più profondo fino ad annientarci in toto. Nel Giulio Cesare di William Shakespeare non ci sono vincitori, non c’è una promessa di un mondo migliore e non ci sono eroi, ma simulacri e falsi idoli dai quali Rigola ci suggerisce di stare in guardia, tramite a volte quesiti retorici e trovate non propriamente azzeccate, come l’eccessivo uso di telecamere e microfoni sulla scena che possono essere fuorvianti o condizionare l’attenzione dello spettatore. Nell’insieme, la più grande mancanza della pièce è di voler enfatizzare tecnologicamente gli attori quando, in contrasto con alcune scelte prese nel corso del dramma, questi possono fornire al pubblico la giusta enfasi semplicemente con la propria presenza fisica e la propria voce senza che voce e corpo vengano alterati o accentuati digitalmente o elettronicamente. Il (pre)-testo dimostra la propria crudele durezza e modernità ed una volta preso atto di quel che vuole trasmettere, non resta che farsi qualche domanda su ciò che siamo e ciò che, per volere nostro o di chi ci governa, saremo destinati a diventare.

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