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Progetto Antartide, il racconto conclusivo al Vespucci

Il dottor Elvio Lazzarini ospite dell’Istituto Vespucci dove ha partecipato alla giornata conclusiva del Progetto Antartide 2017 che lo ha visto protagonista

Domenica 26 Marzo 2017 — 12:21

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di Lucrezia Del Re

Cosa spinge un chirurgo affermato a lasciare la sua città e i suoi affetti e lavorare un anno in Antartide? Come si riesce a vivere in un ambiente così estremo? Quali sono le conseguenze fisiche e psicologiche di una permanenza così lunga a temperature così rigide?
Di questo e molto altro abbiamo potuto parlare con il dottor Elvio Lazzarini, medico winterover di Base Concordia fino allo scorso dicembre, ospite dell’Istituto Vespucci, dove ha partecipato alla giornata conclusiva del Progetto Antartide 2017.
Nato a Padova, dove si è laureato in Medicina e Chirurgia, Elvio Lazzzarini opera presso l’U.O.C. di Chirurgia Generale del Presidio Ospedaliero di Cittadella, specializzato in chirurgia addominale open, laparoscopica e endocrinochirurgia, Elvio Lazzarini ha raccontato a noi e agli studenti la sua esperienza con toni pacati e sicuri, catturando l’attenzione con un racconto affascinante e ai limiti dell’impossibile, senza mai giungere a toni estremi. Ecco le sue risposte ai nostri interrogativi, in primis, la spinta a partecipare al bando nazionale ENEA-UTA.
“Il desiderio di trovare nuovi stimoli, dopo tanti anni al servizio della medicina – risponde il dottor Lazzarini – di rimettermi in gioco in un ambiente così estremo, sia dal punto di vista fisico che psicologico. E’ stato necessario, infatti, far ricorso a tutte le risorse personali interiori per mantenere una serenità mentale per vivere positivamente l’esperienza.”

Parliamo prima delle sollecitazioni fisiche a cui il fisico è sottoposto e quindi le emergenze che ha affrontato alla Base nel suo anno di permanenza.
“Dei dodici mesi, nove sono stati in completo isolamento dal resto del mondo per la difficoltà di collegamento che il continente antartico presenta, inoltre sei mesi al buio, con temperature estremamente rigide – la più bassa -77 ° con vento a 5,5 m/sec. Il che significava che il corpo percepiva una temperatura di -103°. Ovviamente la resistenza all’esterno con tali temperature è minima, anche ben equipaggiati, per quanto l’assenza di umidità renda, ovviamente il tutto più sopportabile. La prima difficoltà è data dai ritmi del sonno da prendere, prima nei mesi di luce piena, quando non si andrebbe mai a dormire, e poi anche in quelli di buio, per il motivo opposto. Poi ogni attività all’esterno andava svolta in coppia, muniti di radio al fine di limitare le possibili situazioni di pericolo. Comunque, da chirurgo della Base, ho dovuto trattare fratture e broncopolmoniti principalmente”.
E a livello psicologico quali sono state le difficoltà incontrate da lei e dagli altri studiosi e tecnici della base?
“Anche se la sensazione di paura non abbandona mai l’uomo, l’esperienza nel trattare con i pazienti, i loro familiari, il personale sanitario e l’età mi hanno aiutato a mantenere una condizione di equilibrio indispensabile per me stesso e per i colleghi, anche se non sempre i rapporti sono stati facili e le collaborazioni costruttive. Per quanto so dagli studi medici, tuttavia, ci sono stati, nel tempo, cambiamenti umorali nei soggetti che hanno vissuto esperienze così estreme, nonchè suicidi e omicidi legati ad un’esperienza prolungata. Per fortuna nel periodo in cui io sono stato alla base, cioè l’intero 2016, la situazione è stata sempre sotto controllo.”
Al ritorno a casa come ha reagito il suo fisico e come la sua psiche?
“Il ritorno ai ritmi di casa è stato segnato da un paio di settimane in cui non percepivo più il sapore degli alimenti, nonostante fossero normalmente speziati, in quanto, alla Base, l’acqua che veniva usata era paragonabile all’acqua demineralizzata dei ferri da stiro, quindi il mio fisico si era abituato a quel “non sapore”, ed è stato complicato riappropriarmi del gusto. Contemporaneamente è stato faticoso riabituarmi ai rumori; il “silenzio assordante” dell’Antartide aveva permeato la mia vita – l’unico rumore che talvolta rompeva quel silenzio era la stazione satellitare in orbita con gli astronauti.”
Dottor Lazzarini cosa rimane in Lei di questa esperienza?
“Di certo un accresciuto senso di autostima, dato dall’aver saputo affrontare difficoltà operative, relazionali e psico-fisiche di varia natura e intensità – date anche dal fatto che le persone della base provenivano da vari stati europei e, quindi culture diverse. Ma anche aver avuto il privilegio di stare in una relazione davvero speciale con la Natura.”

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