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Sannino, 60 anni di storia in una cintura. “E ora difendo la Fortezza”

Jonathan Sannino ha riportato venerdì 12 febbraio il titolo italiano di Supergallo a Livorno. Una cintura che mancava da più di sessanta anni, dai tempi di Mario Sitri. La nostra intervista al T-34 amaranto

Venerdì 5 Marzo 2021 — 11:46

di Filippo Ciapini

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L'amore a prima vista col maestro Lenny Bottai, i sacrifici e le ingiustizie. Jonathan Sannino è l'emblema della resilienza, un inno al sacrificio e alla passione per la vita e lo sport. "E ora difendo il titolo con i denti"

È difficile accostare la parola nobiltà ad una città storicamente costruita dai pirati. Una città d’arte come Livorno. Modigliani, Mascagni… la solita lista (foto Lorenzo Amore Bianco).
L’arte deve suscitare emozioni in chi la guarda, deve risvegliare le viscere, punteggiare la pelle dai brividi. Si può essere artisti anche nello sport, una rete di un portiere, un tiro sulla sirena non valido, una stoccata vincente. Ma anche la noble art non scherza. Partiamo dalla fine, dal suono di una campana. In mezzo al ring c’è un ricciolino con i pantaloni amaranto che fa una linguaccia mentre regge una cintura decisamente troppo larga. Si chiama Jonathan Sannino e ha riportato a Livorno il titolo italiano dei Supergallo dopo più di sessanta anni da Mario Sitri. Sessanta. Alzi la mano chi non si è emozionato davanti al telefono quando lo ha visto festeggiare su quel ring insieme alla sua famiglia, la Spes Fortitude. “Non ci sono parole, sono fondamentali, proprio fondamentalissimi – ci ha raccontato – Devono stare nella mia vita, ho bisogno di loro. Mi hanno preso che ero un bimbo e li ringrazierò per sempre”. Un amore sconfinato per Lenny Bottai, suo maestro, e per la Spes Fortitude. Un amore a prima vista da quel Pugno Amaranto del 2009 ai Bagni Lido che lo ha convinto a prendere la strada del professionismo.

Da sinistra Federico Gassani, Jonathan Sannino e Lenny Bottai (foto Amore Bianco)

Da sinistra Federico Gassani, Jonathan Sannino e Lenny Bottai (foto Amore Bianco)

Il pugilato è sacrificio. “La mattina mi alzo alle sei e lavoro, poi in palestra, così tutti i gironi – ha continuato Sannino – Sai, alcuni momenti sono difficili, quando sei sotto incontro tra dieta e stress, è snervante tenere tutto sotto controllo”. Abbiamo così incontrato T-34, il soprannome datogli in onore dei carri armati sovietici, direttamente nel suo habitat naturale, la palestra. Un luogo di culto, colorato da foto incorniciate di incontri, sacchi, guantoni. Tutto ciò che riguarda, ovviamente, il mondo del pugilato. L’aria che si respira è difficile da scrivere. Ascoltando quel ring si riesce a percepire la sacralità del sacrificio. Sannino tocca le corde, le accarezza, ci si appoggia così delicatamente che sembra farci l’amore. Circondato da bandiere con lo stemma della città e la scritta Spes Fortitude che giganteggia, dalle facce di Lenny, Jonathan, Federico, Veronica e tutto lo staff, quell’angolo di allenamento parla da solo. “Ricordati da dove vieni ma soprattutto ricordati chi sei”, sembra dire. E Sannino lo sa bene: “Riportare il titolo a Livorno è stato bellissimo, sono grato alla città per aver comprato i biglietti virtuali ed aver permesso di prendere la borsa della vincita, spero di averli emozionati e difenderò il titolo con tutto me stesso”. Si guarda al passato per puntare al futuro, il 28enne livornese non si sbilancia. L’obiettivo sarà quello di difendere la cintura conquistata dopo più di mezzo secolo. Perché per un arte nobile ci vogliono persone come Jonathan. Nobili sì, ma di scoglio.

Il primo cazzotto preso è come il primo bacio, non si scorda mai. Te lo ricordi?
“Si parla di tredici anni fa, il primo cazzotto mentre si faceva i guanti allo stadio e lì ho dato il primo. Mi son detto l’ho preso, e ci siamo”.

Come hai iniziato?
“A scuola non ci volevo andare. Il mio babbo mi disse o studi o lavori. Così andai in questa officina dove c’era un saccone e finito il turno rimanevo lì”.

Poi hai incontrato Lenny Bottai…
“Lenny lo conoscevo già, andavo sempre a vederlo. Mi diceva di provare e appena lo feci non ho più smesso. Ho iniziato come amatore, ma quando lo vidi al Pugno Amaranto ai Bagni Lido ho subito preso la decisione di voler combattere. Non ho mai avuto grossi idoli famosi, Lenny lo ammiro come pugile e soprattutto come persona. Mi ricordo di quando ero piccolo e lo vedevo allenarsi mi si apriva un mondo. E succede tutt’ora”.

Come l’hanno presa i tuoi la decisione di fare pugilato?
“Mi è sempre piaciuto il pugilato, babbo mi aveva detto che era una scelta mia. Mamma… eh… finché ero amatore andava bene. Come la prenderebbe la tua se le dicessi di voler combattere? Comunque non mi hanno mai messo i bastoni tra le ruote, l’importante era che fossi felice”.

Babbo sempre presente vero?
“In tutti i match da dilettante e tutti quelli da pro non se ne è mai perso uno. Mi ha seguito in tutta Italia, e non è che i tornei li fai dietro l’angolo. Siamo stati a Marcianise, a Porto Torres, Trevi, Foligno”.

A cosa pensi quando sei nel combattimento?
“Monti sul ring per portare a casa un obiettivo, non è sempre la vincita. Punto primo ti vuoi confrontare con l’avversario e soprattutto con te stesso. È vero è una guerra perché anche lui vuole vincere. L’importante è quando monti e quando scendi non devi avere rimpianti, devi dare il 110%. Poi è chiaro, a chi è che piace perdere? Nessuno”.

Un inizio fatto di decisioni controverse e sgarbi sul ring, poi la redenzione…
“Da dilettante ne ho avuti tanti. Feci il Guanto D’oro nel 2012, uno dei tornei più prestigiosi d’Italia. Su invito i migliori otto pugili in Italia. In finale mi capitò Francesco Splendori, delle forze armate. In quel match prese dodici richiami per trattenuta e due richiami ufficiali. Morale della favola, pensavamo di aver vinto e… invece no”.

Cioè?
“Con i richiami ufficiali ti levano punti dal giudizio finale. Persi di un punto, uno scandalo. Non ci puoi fare niente, un ti ci puoi mica picchià coi giudici. Anche quella è un’esperienza. A quel verdetto mi ricordo l’incredulità della gente. L’anno dopo successe la stessa identica cosa con lo stesso avversario, persi di un punto con i richiami ufficiali. Ma va bene così”.

Cosa cambia da dilettanti a professionisti?
“Se vuoi aspirare ad un’Olimpiade o ad uno stipendio ti conviene essere dilettante. Io sono cresciuto con un professionista in palestra, sono due sport completamente diversi. Cambia la tipologia di allenamento, le sei riprese invece di tre”.

Parlami della Spes Fortitude…
“Sono persone squisite, ci puoi fare tanto tanto tanto affidamento. È tredici anni che sono entrato e son sempre qui. Mi rivedo tanto nei bimbi che arrivano ora, le prime passate al sacco, i primi sparring. Fa uno strano effetto, mi sento vecchio!”.

Si vive di pugilato?
“In Italia poco e niente, a meno che non fai titoli importanti internazionali, europei, mondiali. Le borse sono veramente scarse. Quella di Livorno però è stata importantissima anche grazie alla città che ha comprato il biglietto online. Devo ringraziare di cuore tutti i miei concittadini, ho sentito tutto l’affetto delle persone, mi hanno dato un grande segnale, spero di essere entrato nei loro cuori”.

Quando combatti lo senti il pubblico?
“Boia se lo sento! Era tanto che non c’era un titolo di Supergallo, quando mi fu comunicato che lo avrebbero fatto a Livorno ero al settimo cielo. Poi poco dopo mi hanno detto che sarebbe stato senza pubblico e mi è crollato il mondo addosso. Mi carica tantissimo. I loro boati, sento il loro fiato addosso e mi portano a non mollare mai, grazie a loro fai sempre una ripresa in più. Ti senti immortale”.

La tua giornata tipo?
Mi sveglio alle sei di mattina, vado a lavorare e poi vado in palestra. Le prime volte da fare solo questo a fare lavoro e pugilato è stressante, con l’alimentazione e tutto a volte ti snerva”.

La tua ragazza ne ha viste eh…
“Vivo ventiquattro ore con lei, è un bel punto di forza, il 6 agosto ci sposiamo. Sono sei anni che stiamo insieme, ha visto i miei ultimi due match da dilettante e tutti quelli da professionista. Dopo un po’ ci fai l’abitudine, magari ci scherza anche su quando torno a casa con gli occhi neri, hai preso un colpo di nulla. Mi ricordo però di una volta che mi feci veramente male ad un orecchio e lei si spaventò davvero”.

Ti capita di sognare incontri?
“Alcune volte sì, soprattutto quando magari hai un titolo da fare te lo sogni. Quando sono a casa cerco di non pensarci sennò impazzisco. Però è normale che prima di andare a letto, magari prima del match ci pensi, domani ci siamo, è il momento. Ti immagini settecentottantamila scene magari che vinci, perdi, vinci o perdi per ko. Il pugilato è uno sport di situazioni, puoi anche dominare per undici riprese, ma se vai giù alla dodicesima hai perso”.

Appesi i guanti al chiodo, ti piacerebbe aprire una palestra?
“Fuori da qui? No no, non se ne parla. La Fortitude è la Fortitude, ce l’ho tatuata nel cuore nel vero senso della parola. Magari in futuro mi vedo come allenatore, ma sempre qui. Non mollerò mai questa palestra. Intanto però penso al presente, cercherò di difendere il titolo tra pochi mesi. Vorrei vincere la metà della metà di quanto ha vinto Lenny”.

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