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Le nozze di Figaro, armonia cristallina tra Arte e Musica. Recensione

Questa versione delle Nozze è tanto generosa nella sua messa in scena, quanto equilibrata perché non si pone come una manifestazione di arroganza da parte della produzione, non privilegia specifici aspetti penalizzandone altri

Lunedì 25 Novembre 2019 — 17:39

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di Claudio Fedele

Dimenticate chi siete, mettete in un canto il “quando” ed il “dove” e, per poco più di tre ore, permettete che la musica di W.A. Mozart possa condurvi ben al di là delle comode poltrone e dei palchetti che sembrano abbracciare il palco: colmi, così come è stato per il fine settimana appena trascorso, di spettatori e spettatrici avidi di saggiare la grandezza e la potenza di una delle opere liriche più famose in tutto il mondo; il lento, ma deciso innalzarsi dei suoni provenienti dal golfo mistico sarà il biglietto d’entrata per introdurvi nella storia di Figaro e Susanna, promessi sposi, nel giorno delle nozze, al servizio del Conte di Almaviva e della Contessa, sua moglie (foto in pagina di Augusto Bizzi).
Parte l’Overture, l’iconico incipit musicale, a cui seguirà quella che sarà una macchina narrativa pressoché perfetta che procede spedita attraverso trame amorose capaci di dare alla luce un caleidoscopio di personaggi iconici, i quali innalzano il dramma a sublime paradigma artistico figlio dell’estro creativo di Mozart e dei dialoghi altrettanto efficaci nati dalla penna di Lorenzo Da Ponte.
Le Nozze di Figaro, secondo tassello di quella che originariamente è una trilogia teatrale composta dal drammaturgo francese Pierre Augustin Caron de Beaumarchais, è anche il secondo appuntamento lirico di questa stagione operistica presso il Teatro Goldoni, un impegno considerevole, quello del Goldoni, di voler portare in scena un’opera ambiziosa che mancava dal suolo livornese da quasi duecento anni.
Messo da parte lo sfarzo della precedente fatica teatrale prodotta, il dittico “Puccini-Mascagni”, la pièce portata sulla scena grazie anche alla collaborazione del teatro Verdi di Pisa e del Giglio di Lucca, preferisce agli eccessi scenografici di “Cavalleria Rusticana” ed alle suggestive atmosfere di “Suor Angelica”, un approccio semplice e diretto, una veste che vuole cogliere l’essenza della materia cantata; se per Mascagni si restava stupiti, quasi schiacciati dalla maestosità delle scenografie, a Figaro si preferisce un contesto ambientale quasi spartano che si può cogliere negli ambienti e nei costumi, tradotto persino in una resa fotografica assai marcata la quale privilegia un netto contrasto cromatico tra il bianco ed il nero, luci ed ombre, dove le sfumature sono sì presenti, ma mai invadenti: non si penalizza, in questo modo, il tutto con barocchismi estetici evitando un sovraccarico di dettagli visivi eccessivo per un prodotto che può offrire ogni cosa ed ogni spunto di riflessione attraverso la musica ed il canto.
Questa versione delle Nozze è tanto generosa nella sua messa in scena, quanto equilibrata perché non si pone come una manifestazione di arroganza da parte della produzione, non privilegia specifici aspetti penalizzandone altri, ma trova il proprio punto di forza in una coralità ed una coerenza che vuole tenere sempre a mente la necessità di offrire al pubblico uno spettacolo di un certo peso e di una certa fama.
Per questo, nel complesso, il risultato, figlio di uno sforzo produttivo di certo notevole, è più che soddisfacente.
L’opera in sé rimane straordinariamente attuale ed allo stesso tempo è contraddistinta da un’originalità spiazzante: siamo di fronte ad una sfida per coloro che si calano nelle vesti dei vari personaggi in quanto è chiesto, a quest’ultimi, non solo di possedere notevoli doti canore, ma anche si saper mettere in luce un talento recitativo essenziale affinché chi guarda possa credere davvero nella storia che si racconta e in chi la racconta.
Trova spazio un sublime artistico nato da due discipline intrinseche nella storia dell’uomo: la musica ed il teatro.
Questa delicata fusione permette a Mozart di accompagnare, con le sue composizioni,  il dramma giocoso per tutta la sua notevole durata, rendendolo, nelle vesti di demiurgo, capace plasmare la materia fornitagli dal testo originale e dal libretto musicale a suo piacimento, permettendogli di condurre Figaro e Susanna nel loro giorno di nozze governando con la propria musica ogni avvenimento sulla scena.
Figaro non cerca la maestosità, punta semplicemente all’armonia più pura e cristallina.
La fine analisi sociale è decorata da una lieve tinta caricaturale mai troppo marcata e sebbene non tutti i personaggi possano vantare un’introspezione psicologica al pari di altri drammi, è proprio in virtù del modo in cui ci sono proposti e tratteggiati che ci sentiamo attratti da quest’ultimi; e se da un lato abbiamo un Cherubino, un individuo imprevedibile e brillante, dall’altro abbiamo un Conte di Almaviva, il quale, pur con tutte le sue idiosincrasie, resta il personaggio più umano rappresentato: sulla scena l’unico a prendersi sul serio è il Conte, invitato senza maschera partecipe di un carnevale popolare dove la ragione vuole scozzare con l’istinto.
Le Nozze di Figaro: l’opera dell’affermazione dell’amore e del senso che questo può dare alla nostra vita, la ricerca per scoprire noi stessi, l’epopea che porta al coronamento del lieto fine per eccellenza, che si avvale di un intreccio narrativo elaborato di equivoci che solo la finzione teatrale può offrire, che solo l’Arte può sublimare e che solo Mozart poteva portare alla luce nella forma che gli era più congeniale: la musica.

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