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Manon Lescaut tra suggestioni visive e metamorfosi. E alle 16,30 al Goldoni il secondo spettacolo

Venerdì 10 marzo la prima dell’opera di Puccini al Teatro Goldoni. Domenica 12 il bis dello spettacolo in cui Pugliese sperimenta, prova innovazioni stilistiche e visive e Manon Lescaut è destinata ad una metamorfosi interiore

Domenica 12 Marzo 2017 — 07:29

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di Claudio Fedele

Giacomo Puccini impiegò quattro anni per portare a termine la Manon Lescaut (clicca qui – oggi ore 16,30 il secondo spettacolo con un nuovo cast), l’opera tratta dal romanzo del francese Antoine François Prévost e adattata per il teatro lirico da Jules Massenet nel 1884. Fu una vera e propria sfida per il compositore toscano, una fatica che, tuttavia, l’avrebbe catapultato, a buon diritto, nel cosmo dei grandi maestri della lirica e che avrebbe fatto di lui un degno erede di Giuseppe Verdi attuando un passaggio di consegne e di bacchette che avrebbe coinciso con il cambio di secolo. Dopo Le Villi (1884) e Edgar (1889), il primo un buon successo, mentre il secondo accolto tiepidamente, Puccini mette mano e firma il dramma che lo porterà alla ribalta sulla scena internazionale, un momento chiave nella sua vita e nella sua carriera che, d’ora in poi, sarà sempre in ascesa e darà alla luce straordinarie produzioni quali La Boheme (1896), la Tosca (1900) e la Madame Butterfly (1904). Rappresentata per la prima volta al Teatro Regio di Torino, nel 1893, la Manon Lescaut ancor oggi sorprende e affascina per i suoi contenuti, incanta per la potenza struggente della sua musica e emoziona il pubblico attraverso quella lenta via crucis che porta la protagonista alla tragica fine.

Francia seconda metà del XVIII secolo. Manon Lescaut, destinata a prendere i voti e passare la propria esistenza in un convento, scappa con lo studente Renato Des Grieux, andando contro i desideri del fratello, che vorrebbe farla conoscere a Geronte di Ravoir, ricco tesoriere del Re di Francia. Manon, che contraccambia in un primo momento i sentimenti di Renato, non avvezza alla povertà, lascia costui per viver nel lusso e nell’opulenza a Parigi, nel palazzo di Geronte. Né i gioielli, né tanto meno le ricchezze messele a disposizioni sembrano però placare il suo animo inquieto, così, quando sulla scena torna Renato, i due, consumato l’atto amoroso, decidono di fuggire ancora. Colti in fragrante da Ravoir, Manon viene catturata, accusata di prostituzione e furto (dei beni di Geronte) e condannata all’esilio. Stremati e soli, Renato e la sfortunata amata, raggiungono l’America e vagano disperati in terre desolate, fuggiti da New Orleans, alla ricerca di un luogo in cui riposare e costruire una nuova vita, ma Manon Lescaut ormai è prossima alla morte e, dopo un lungo lamento, spira tra le braccia dell’amante.

La prima dell’opera di Puccini, tenutasi al Teatro Goldoni nella serata di venerdì 10 marzo, ha visto la regia di Lev Pugliese e la direzione dell’orchestra da parte del Maestro Alberto Veronesi, avvalendosi di un cast di tutto rispetto e di un’interessante sperimentazione legata al linguaggio visivo virtuale. Pugliese, infatti, è noto per essere sensibile ad una messinscena che si avvale di suggestioni visive che richiamano proiezioni e giochi particellari e anche per questa occasione non sono mancati i momenti degni di nota. A onor del vero va precisato, tuttavia, come le immagini presenti sullo sfondo raggiungessero una certa efficacia quando queste aiutavano a contestualizzare, nello spazio e nel tempo, l’azione che si svolgeva sulla scena, complici anche i giochi di luce, i quali mettevano bene in risalto le atmosfere che si potevano respirare nel dramma. Le soluzioni visive adottate non sono parse particolarmente ispirate quando queste cercavano di sostituire o emulare ciò che accadeva sul palco. Di fatto, avendo già a disposizione musica, attori e canto, introdurre, seppur sporadicamente, uno sfondo animato per mettere in evidenza determinati momenti è parso, in definitiva, poco efficace, lontano dalla rappresentazione, complice l’eccellenza legata alla direzione dell’orchestra e dei protagonisti. Una delle punte più alte raggiunte in questa produzione, non a caso, è proprio legata alla musica di Giacomo Puccini ed allo straordinario talento del M° Veronesi, il quale, pur lasciando spazio agli attori, non ha mai messo in secondo piano la struggente ed immortale bellezza dello spartito dell’autore Toscano specie nell’intermezzo del III Atto dove la maestosità della musica e la climax emotiva della tragedia segnano uno dei momenti più moderabili a cui il pubblico potesse assistere. Nel raccontare la triste vicenda di Manon Lescaut, archetipo di una femme fatale che a teatro rivedremo anche in Wilde o in Wedekind, donna vittima di quel sehnsucht romantico (vale a dire di uno struggimento emotivo senza fine destinato a rimanere inappagato) che tanto la fa tribolare da condurla alla disperazione ed alla morte, Pugliese affida il volto e la voce della protagonista a Rachele Stanisci, cantante di straordinaria bravura che coglie ogni sfumatura psicologica del suo alter ego e tiene, in maniera eccellente, la scena senza mai lasciarsi sopraffare dagli altri comprimari, nemmeno da Renato (Ricardo Tamura). Manon Lescaut, vittima non solo di sé stessa, dei suoi dubbi e desideri irrealizzabili, ma anche di coloro che le stanno attorno, rinchiusa, come ben evidenziano le scenografie nel II Atto, in una gabbia non solo fisica, ma anche metaforica, un gineceo dal quale tenta disperatamente di fuggire, è destinata ad una metamorfosi interiore che la porterà ad una consapevolezza schiacciante, pronta ad accettare, infine, il suo triste destino ed al contempo rifiutando di morire, anelando con ardore la propria libertà seppur sempre legata alla presenza di un uomo, donna dalla forte indole eppur fragile. Essa è la rappresentazione e l’icona di un mondo cinico e spietato, che lascia i fasti e le leggerezze del passato, di quel settecento “incipriato” che Pugliese riprende a tratti nell’elegante estetica e nei costumi, per guidare lo spettatore in un potente dramma onirico ed introspettivo.
La Manon Lescaut di Giacomo Puccini, per la regia di Lev Pugliese e la direzione del M° Veronesi è la giusta conclusione per quanto concerne la stagione della lirica 2016/2017 tenutasi al teatro Goldoni. Nel voler mettere in scena la tragedia figlia del romanzo di Prévost, suddivisa in quattro atti, Pugliese sperimenta, prova innovazioni stilistiche e visive interessanti, seppur non sempre appaganti o coerenti, dando il meglio di sé in veste di regista nella direzione dei personaggi e nella scelta delle scenografie, ridotte all’essenziale, ma mai anonime o banali, sorrette da una scelta di luci ed effetti particellari sullo sfondo che arricchiscono di gran lunga l’esperienza visiva, mentre accusano quando si prestano a sostituire, “facilitare nella comprensione” o ricalcare quanto accade sulla scena. Certo, a onor del vero, va detto che quando si rappresenta Puccini e la sua musica ci si può permettere pur qualche azzardo, per cercare di donare qualche suggestione visiva interessante ed innovativa, lasciare un’impronta personale, consapevoli che, piacciano o meno, le immagini così come gli attori avranno sempre le spalle coperte dalle note del grande compositore di Torre del Lago.

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