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Tosca: tre ore ininterrotte e sorprendenti di pura lirica. La recensione

L’atmosfera venutasi a creare in questa produzione riesce ad essere suggestiva ed appagante soprattutto per merito dei costumi ed il trucco grazie ai quali abbiamo una perfetta coerenza ed armonia visiva ed estetica nel rapporto tra spazio e tempo

Lunedì 17 Febbraio 2020 — 17:30

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Tosca è una storia di dolore ed amara ironia, una tragedia in tutto e per tutto debitrice dei migliori drammi di Shakespeare, da cui eredita sia la rosa dei vari registri linguistici sia l’intreccio e la psicologia dei personaggi

di Claudio Fedele

Tosca arriva al teatro Goldoni con un allestimento di tutto rispetto, penultimo appuntamento della stagione lirica, che coinvolge un corpus di talenti eterogeneo capace di eccellere sotto molteplici aspetti, confermando, in questo modo, la voglia e la necessità di voler dare una scossa forte, nel panorama teatrale internazionale, da parte dell’associazione Goldoni.

Il dramma di Giacomo Puccini viene qui proposto attraverso una scenografia imponente, fatta di colonnati dal capitello corinzio, di scale maestose le quali nella materia richiamano il lusso del marmo, mentre nel colore scuro di cui è fatto il decadimento umano in cui si plasma ed evolve la vicenda.

Roma è il luogo scelto, un sodalizio perfetto tra il sacro e il profano, tra la chiesa e le residenze private dei signorotti che promuovono il loro terrore nell’Urbe tramite sgherri senza scrupoli e diaboliche minacce e ricatti, figure affini al Don Rodrigo di manzoniana memoria.
Forte è il contrasto tra ciò che si vede, il degrado umano più assoluto, e quel che si sente, una musica coinvolgente e di primo piano che pur lascia sempre gli attori padroni del palcoscenico.

Tosca è una storia di dolore ed amara ironia, una tragedia in tutto e per tutto debitrice dei migliori drammi di Shakespeare, da cui eredita sia la rosa dei vari registri linguistici, passando da quello basso, la parlata romana dialettale, a quello elevato nei momenti in cui si recita in latino; sia l’intreccio e la psicologia dei personaggi, dalla protagonista donna, forte, ribelle, coraggiosa di cui si possono persino cogliere dei rimandi a lady Macbeth, fino alla sua mascolina nemesi, il Barone Scarpia, uno Iago, un predatore umano assetato di sesso e potere, ma allo stesso tempo schietto e sincero antagonista nel sapersi riconoscere per ciò che è davvero nell’animo, interpretato con la giusta spietata solennità da Leo An.

Il secondo atto resta il più sublime quadro lirico dove il confronto tra i due si concentra sulle molte sottigliezze elaborate sul piano sessuale e dialogico, mentre la spettacolarità e l’imponenza del primo, specie nel finale, difficilmente sono raggiunte dal terzo, la cui virtù è quella di saper chiudere la storia nel più straziante ed epico dei modi: il totale annientamento della speranza e la beffa crudele di cui nemmeno i protagonisti si rendono conto d’essere vittime e carnefici.

Solo Tosca, nell’ultimo grido disperato prende coscienza del suo fatale destino (di cui ne è in parte responsabile, d’altronde “homo faber”…) e, come un’eroina della tragedia classica, abbraccia il sacrificio in nome dell’amore e della morte su quelle scale le quali, per l’occasione, assumono i contorni di un altare a cui è destinato un sacrificio agli dèi sacri.

L’atmosfera venutasi a creare in questa produzione riesce ad essere suggestiva ed appagante soprattutto per merito dei costumi ed il trucco grazie ai quali abbiamo una perfetta coerenza ed armonia visiva ed estetica nel rapporto tra spazio e tempo.

A Tosca era chiesto di stupire, straziare e commuovere, questa versione ha saputo regalare tre ore ininterrotte e sorprendenti di pura lirica, ha dato freschezza e rinnovata linfa vitale ad un’opera di tre atti, attuale e immortale, difficile, perciò, chiedere qualcosa di più a questo colossale sforzo produttivo e musicale.

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