Cerca nel quotidiano:


Aridopachi, quando il rock internazionale parla livornese

Da Livorno a Sanremo, passando dagli studios di Roma. Gli Aridopachi nascono a Livorno ma fanno rock internazionale. Ecco chi sono, conosciamoli

Domenica 25 Ottobre 2020 — 08:01

di Tommaso Lucchesi

Mediagallery

La band è composta da Federico "Chico" Lombardi, dal bassista Andrea "Andy J Fox" Volpe, dal tastierista Stefano Pagnotta, dal chitarrista Alessandro Banti e dal cantante Federico Socci

Una parola mille significati, verrebbe da scrivere. Il nome di questa rock band nata e cresciuta fra la Fortezza Nuova e i 4 Mori nasce dall’unione tra le iniziali dei nomi dei fondatori Chico e Paco e il titolo del primo brano della coppia, “Arido”. Tanti i concerti e le canzoni nate dalla volontà di fare del rock internazionale a Livorno da parte del batterista Federico “Chico” Lombardi che, dopo oltre dieci anni, ha voluto ripeterlo con una nuova composizione del gruppo: il bassista Andrea “Andy J Fox” Volpe, il tastierista Stefano Pagnotta, il chitarrista Alessandro Banti e il cantante Federico Socci. Abbiamo domandato a ogni componente cosa vuol dire fare rock ed essere parte di un gruppo come questo.

Partiamo dal “mastro” fondatore Federico Lombardi, che ci illustra la nascita e l’evoluzione del progetto:

Federico, come nascono gli Aridopachi?
“La mia passione per il rock e l’elettronica mi ha condotto circa 15 anni fa a creare un duo grazie al quale ho iniziato a suonare brani inediti. La mia formazione è classica, addirittura mossi i miei primi passi come organista in Conservatorio per poi rivolgermi a tutt’altro genere e pubblico. Dopo diversi live ed esperienze, nel 2016 contatto Alessandro Banti per progettare qualcosa insieme e, nel giro di pochi mesi, il nuovo organico poteva dirsi completo. Ad agosto 2017 eravamo pronti per esibirci ma fin da subito iniziammo a lavorare sulle mie vecchie canzoni per riadattarle e riarrangiarle in chiave heavy rock. Nello stesso anno riuscimmo a incidere un pezzo, “Parenti serpenti”, in uno degli studi di registrazione più importanti d’Europa, i Forward Studios di Roma, noti per aver collaborato con Pino Daniele, Ivano Fossati, Adriano Celentano e Claudio Baglioni. E proprio grazie al bassista di Baglioni, Mario Guarini, entrammo in contatto con il direttore degli studi che ci permise di incidere la traccia”.

Passiamo la parola ad Andrea Volpe, principale fautore della trasferta romana.
“Mario Guarini è stato il mio maestro di basso. E’ con lui che approdiamo alla corte del presidente di Forward Massimo Scarparo che, dopo appena tre secondi di ascolto del brano, interruppe e ci disse entusiasta di registrare con lui. Dovevamo averlo proprio convinto vista l’offerta di incidere un album da lui quando volevamo senza costi eccessivi. E’ una proposta straordinaria che in futuro abbiamo intenzione di cogliere. Intanto quella volta “Parenti serpenti” venne prodotta in studio e, sentendo la prova, vennero a farci i complimenti due mostri sacri che stavano registrando nello studio accanto, Phil Palmer e Alan Clark dei Dire Straits. Potete solo immaginarvi la nostra emozione”.

Alessandro Banti, quali sono i temi nelle vostre canzoni?
“Tematiche sociali si alternano a testi che parlano d’amore, politica, famiglia, lavoro e attualità. Affrontiamo in chiave heavy ogni aspetto del mondo contemporaneo, cantando in italiano con liriche ricche di immagini e riflessioni. A livello musicale sposiamo un modo di fare musica in voga negli anni ’80 ma aggiornato ad oggi con l’uso di synth alla Van Halen e un hard rock alla Litfiba. Abbiamo avuto varie recensioni su riviste autorevoli come Metal Magazine, Metal Wave e da figure importanti del mondo della musica come il dj di Mtv  Johnny ParkerGhigo Renzulli, storico fondatore proprio dei Litfiba. Nel 2018 facciamo anche una trasferta a Sanremo dove partecipiamo al Fiat Music Studio di Red Ronny che ci ascolta ed elogia la nostra musica. Un grande onore! In quel periodo prendiamo parte anche ad alcune trasmissioni radiofoniche su Radio 103″.

Federico Socci, amate il live. Quali sono stati i palchi in assoluto più “caldi” della vostra carriera?
“Il nostro è uno spettacolo che vive di pubblico. Ci piace coinvolgere le persone, farle emozionare quando serve ma anche farle divertire. Quando cantiamo diventiamo animali da palcoscenico e quando mi trasformo in un “giullare” adoro interagire con le persone, farle cantare e scatenarsi. Quando sei davanti a una platea, che si tratti di un pub o di un teatro, e la gente canta i tuoi testi o applaude, provi un’emozione a dir poco unica. Le nostre migliori apparizioni le abbiamo fatte al Kafarock di Cecina, il Tour Music Fest della Sony prima a Lucca e poi a Firenze, il Beat Festival di Empoli e il Sanremo Rock in Liguria. Ma a noi basta veramente poco per divertirci e fare musica, come al locale romano “La Locanda” dove, anche in un anonimo giovedì sera, trovammo più calore e partecipazione che in tutte le altre nostre uscite precedenti”.

Parliamo con Stefano Pagnotta dell’album uscito nel 2020 “Caos Karma”. Di cosa si tratta?
“Pubblicato in digitale in piena quarantena, il disco ha in copertina e nel titolo l’essenza della nostra musica. I tre teschi rappresentano le tre scimmiette e, in senso lato, la rinascita dopo la morte. Le carte da gioco sono gli emblemi del destino, imprevedibile quanto beffardo, capace di scompaginare il mazzo quando meno te lo aspetti. La carta centrale richiama la mano del morto, una famosa mossa del poker, sempre per sottolineare l’assurdità del fato. Il nome mischia due parole distanti ma unite che parlano della vita in ogni sua sfumatura toccando anche le corde dell’inconscio. Il nostro obiettivo è continuare a far musica conciliandola coi nostri lavori, ma sempre nel segno del rock”.

Qua sotto l’esibizione al Santomato Live nel 2018 di “Tam tam”

Riproduzione riservata ©