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Dimitri e il suo sax che riecheggia nelle chiese. La storia del poeta della musica

Un sassofonista che ha trovato in Africa la ragione della sua musica. Suo il progetto di scoprire la musica degli ambienti sacri

Domenica 9 Maggio 2021 — 00:59

di Tommaso Lucchesi

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Russo d’origine ma livornese da sempre, Dimitri Grechi Espinoza (nelle foto in pagina gentilmente concesse da Giorgia Madiai e Stefano Tommasi)è un talentuoso e pluripremiato sassofonista alla ricerca continua di un linguaggio che possa leggere le infinite connessioni di un mondo sempre più confuso e lontano dal suo centro. Non si contano le sinfonie composte, le collaborazioni e le esibizioni di Dimitri, nonché le innumerevoli sperimentazioni armoniche compiute negli ultimi anni. Addentriamoci nella sua arte e nella delicata poetica del suo sax.

Dimitri, quando inizia il rapporto con la città di Livorno?

A 5 anni mi trasferisco insieme alla famiglia in Italia e Livorno diventa la mia seconda madre. La reputo una città profondamente spirituale malgrado non sembri apparentemente, ha un’anima in una sua dimensione non visibile. Le mie origini moscovite le difendo comunque orgogliosamente e mantengo un rapporto ottimo con la mia cultura di nascita, tanto che molto di quello che presento nei miei progetti vive di rimandi all’idea propriamente ortodossa del ruolo salvifico e intermediario dell’artista col sacro.

Quando entri in contatto per la prima volta col sassofono?

Relativamente tardi. Avevo 18 anni quando mi avvicinai allo strumento e mi innamorai del blues attraverso l’ascolto continuo di brani. Devo ringraziare il mio maestro Mimmo “Wild” Mollica e la sua band “The Blues Harbour” per avermi definitivamente proiettato a seguire questa vocazione. Dopo qualche esperienza con Mollica mi scritturò la Banda della Città ma fu soprattutto l’ascolto delle prove di sax fatte dal mio vicino di casa Luigi Benedetti, dal quale andai più volte a chiedere consigli, a convicermi ad imbracciare il sax. Con lo strumento il mio rapporto è simbiotico, è lui che suona me e in particolare amo il suo carattere “nomadico” che mi rappresenta molto.

Come si è articolata la tua lunga formazione?

All’epoca non erano molto diffusi gli insegnanti di sax, il mio era un genere ancora di nicchia. La frequentazione assidua di festival e seminari, come quelli a Perugia, all’interno dell’Umbria Festival, e a Siena mi hanno aperto molto la visuale. Tanti anni a fare concerti per tutta Italia, anche insieme al chitarrista Nick Beccattini, mi hanno permesso di fare parecchia esperienza sul campo. Infine, intorno al 1990, decisi di trasferirmi nella patria del jazz, del blues ed dello strumento che avevo imparato ad amare: gli Stati Uniti d’America. Tra Chicago e New York sono stato poco più di un anno a vivere di musica in una società inumana ma ricca di persone desiderose di suonare e farti suonare a livelli altissimi. In uno stato che vive di competizioni, gli agoni musicali erano veramente produttivi e interessanti.

Dall’Estremo Occidente al cuore dell’Africa…

Esatto. Una volta tornato in Italia mi accorsi che avevo ancora molte lacune che riuscii a colmare bazzicando spesso dal jazzofilo Mauro Liperini che possedeva migliaia di dischi jazz e blues e organizzava incontri per parlare, ascoltare e suonare al suo “Club del Blues”. Grazie alla Big Band della famiglia Marchetti di Livorno approfondii diverse tematiche legate allo swing e mi impegnai in numerose esibizioni. Intorno al 2001, in veste di ambasciatore culturale del Comune di Livorno, partecipai al Festival Panafricano in Congo dove capii le vere origini della musica e in particolare del jazz stesso. Il viaggio in Africa rimane l’esperienza più impressionante e forte della mia vita, durante la quale ho capito i veri valori alla base dell’esistenza e della struttura dell’universo facendomi rivalutare molti dei principi che conoscevo. Ebbi la fortuna di conoscere il musicista, ricercatore e danzatore Goma Parfait Ludovic, direttore della compagnia congolese Yela Wa che mi seguì in Italia in seguito a uno scambio culturale e insieme alla sua arte ho trovato realmente il senso della mia.

Cosa diventa per te la musica dopo quell’esperienza?

La musica diventa continua ricerca e sperimentazione: è questo l’obiettivo dell’associazione Axe che fondo insieme a diversi musicisti livornesi come Simone Padovani, Beppe Scardino e Gabrio Baldacci, e proseguo col progetto “Dinamitri Jazz Folklore”, una band che ha nello studio dei generi e del suono e l’immersione in una diversa dimensione psico-fisica dell’ascoltatore i suoi tratti principali. In quegli anni inizio a insegnare blues in Italia e all’estero entrando anche nel mondo della musicoterapia affrontandola in maniera diversa rispetto ai canonici termini “clinici” occidentali. Una delle live sicuramente più entusiasmanti è quella con il grande jazzista italo-americano Tony Scott al Teatro Politeama di Prato. La musica è per me anche reminiscenza di conoscenze insite in noi fin dalla nascita, principi sotterranei che stanno alla base dell’equilibrio dell’universo difficili da recuperare al giorno d’oggi perchè l’essere umano ha rotto il collegamento con la natura e il cosmo.

Negli ultimi anni ti vediamo suonare in luoghi non ordinari per un musicista…

Ho intrapreso dal 2015 un percorso in solitaria quando il gruppo ha cessato la sua attività. Ho registrato col sax numerose sinfonie all’interno del Battistero di Pisa e del Cisternino Pian di Rota scoprendo la bellezza dei riverberi naturali che certi luoghi riescono a trasmettere. Un progetto intitolato Oreb che vuole scandagliare le virtù umane e dove si incontrano lo studio della scienza sacra nelle culture tradizionali e la ricerca sul suono volta a far scoprire le sonorità e le vibrazioni dei luoghi sacri di tutto il mondo. La chiesa è il simbolo dell’ordinamento del cosmo, è piena di riferimenti a un equilibrio naturale che va oltre la nostra dimensione. L’umanità ha perso il senso del sacro e quindi per ricercarlo vanno bene anche ambienti che lo riecheggiano e basta, come il Cisternino che però vanta delle volte a crociera ispirate a una certa architettura e una funzionalità che possiede del sacro. Negli ultimi tempi, anche in piena pandemia, ho continuato la mia attività nella Chiesa di Santa Caterina dove ogni mercoledì sera intrattengo un pubblico in streaming.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Voglio naturalmente proseguire la mia ricerca sulla terapia musicale. Sto portando avanti un’idea di collaborazione con una scuola di danza e sto intensificando il mio rapporto professionale con il fotografo di Milano Piero Ninfa per un reportage dedicato alle tradizioni del sacro. Il mio obiettivo rimane riuscire a far fare agli ascoltatori un viaggio interiore alla ricerca del proprio centro per permettere un risveglio di consapevolezza nella direzione giusta da intraprendere e su quali principi basare la propria vita.

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