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La danza di Roberto, una storia di sacrificio e sogni realizzati

Da un lungo stop per un'embolia a esibizioni in mezza Europa. Roberto Doveri ha vestito vari panni per realizzare il suo sogno

Domenica 11 Aprile 2021 — 12:43

di Tommaso Lucchesi

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una vera e propria forma di vita che Roberto Doveri sta autorevolmente incarnando portando alto il nome della sua città su palcoscenici nazionali e internazionali

“I più grandi ballerini non sono grandi per il loro livello tecnico, sono grandi per la loro passione.” In questa frase di Martha Graham si racchiude la storia di un livornese, classe 1993, che ancora giovanissimo decise di dedicare i suoi anni migliori alla sesta arte. Danzare per lui non è solo fare spettacolo ed emozionare una platea ma è pura espressione di un’interiorità pronta a parlare, una vera e propria forma di vita che Roberto Doveri sta autorevolmente incarnando portando alto il nome della sua città su palcoscenici nazionali e internazionali (foto in pagina gentilmente concesse ai fini della pubblicazione dell’intervista da David Leopardo).
Quando appare la danza nella tua vita?
Ho iniziato ad avvicinarmi a questo mondo intorno ai 6 anni grazie a mio fratello che a quel tempo faceva i balli di coppia. Ho iniziato a seguire i suoi passi perché soffrendo d’asma e non potendo fare sport che mi sforzassero i polmoni e il cuore, un giorno mia madre mi disse di iniziare ad allenarmi con lui pur di fare qualcosa. Gradualmente conobbi una ballerina e iniziai ad intraprendere danze standard e latino americane. Dopo circa 6/7 anni si stabilì nella mia stessa struttura Arianna Benedetti con la sua scuola “Centro Studi Danza Antitesi”. Un giorno un mio amico che aveva fatto una prova di Hip-Hop con un insegnante di quella scuola mi raccontò entusiasta la sua esperienza e, spinto dalla curiosità, andai a provare e… mi innamorai di quella realtà dopo un solo passo. Quando mi venne proposto di sperimentare anche la danza contemporanea e la danza classica ero ormai completamente innamorato di quel mondo. Dopo qualche anno la mia scuola di danza chiuse e Arianna Benedetti mi offrì di venire a Firenze per entrare dentro la compagnia giovanile “Junior Balletto di Toscana” con la direzione di Cristina Bozzolini. Nonostante fossi l’unico maschio che voleva intraprendere la strada del danzatore, mi si spalancarono anche le porte del ruolo di assistente dell’insegnante e in questo modo mi sono avviato anche al globo della coreografia.
Cosa provi prima che si alzi il sipario e come ti senti quando danzi?
Prima che si alzi il sipario devo assolutamente fare i miei esercizi di riscaldamento del corpo ma soprattutto le mie pratiche per calmare l’ansia. É un’emozione unica danzare sul palco di un teatro. Credo di essere veramente me stesso quando danzo, al di là di che cosa sto interpretando o danzando. Mi è capitato di fare “Romeo&Giulietta” di Davide Bombana, oggi direttore del Teatro Massimo di Palermo, e dovevo interpretare proprio Romeo; era un personaggio che non si avvicinava minimamente al mio modo di essere ed inoltre era una delle prime volte che impersonavo un protagonista. Ho imparato molto da quel ruolo, come per esempio l’essere sè stessi durante la performance e trasportare sempre nel personaggio le proprie esperienze.
Con quali compagnie hai collaborato?
Dopo gli anni giovanili con la sperimentale “Antitesi”, entrai a far parte della compagnia “COB OpusBallet” diretta da Rosanna Brocanello dove recitai la parte di Jago nello spettacolo “Otello” di Arianna Benedetti. Senza dubbio le esperienze più stimolanti sono state nel periodo fiorentino al fianco di Cristina Bozzolini grazie alla quale ho collaborato con autori di spessore internazionale come il coreografo stabile della compagnia Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto  Diego Tortelli, il ballerino e coreografo polacco di fama europea Jiri Bubeniček e il vincitore del Leone d’oro della Biennale di Venezia Michele di Stefano. Con loro ho imparato tanto.
Come è stato danzare davanti ad una platea prestigiosa come quella del Maggio Fiorentino?
Dovevo esibirmi all’interno della “Bella Addormentata” e quello che mi ricordo è un’emozione indescrivibile. Calpestare le tavole di un palco di quella caratura, ballare davanti ad una platea del genere ed essere circondato da ogni tipo di professionista, dai truccatori, ai sarti, agli scenografi, ha rappresentato un sogno che si realizzava. Avendo lavorato anche all’estero mi sento di affermare che su tanti fronti possiamo ancora migliorare, soprattutto contando il numero gigantesco di teatri che possediamo e gli staff di molte compagnie, ma le esperienze fatte a Firenze rimarranno indiscutibilmente indelebili.
Cosa ricordi maggiormente delle esibizioni estere a Cipro e in Austria?
Della prima ricordo il caldo, della seconda il freddo! Furono due avventure completamente opposte sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista organizzativo. Da una parte Davide Bombana, dall’altra il direttore del TanzCompany Innsbruck Enrique Gasa Valga sono entrambi riusciti a lasciarmi insegnamenti molto profondi, come uno studio dettagliato del pas de deux o una grande sicurezza nell’apprendere anche le tecniche più difficili senza mai snaturare il mio stile. Il pubblico di ambedue i teatri fu caloroso malgrado la differenza di “solo” 6500 km di uno rispetto all’altro!
Qual è l’opera più complessa in cui ti sei esibito?
Credo di poter dire la “Cenerentola” di Jiri Bubeniček dell’ottobre 2019 perchè partita per me dopo 7 mesi di fermo a causa di una trombosi ed una embolia polmonare dove rischiai parecchio… pensare che all’inizio mi avevano diagnosticato una tendinite molto grave al braccio sinistro. Mi permetto comunque di dire che senza ostacoli la vita diventa noiosa e grazie alle sfortune dell’esistenza anche le piccole cose assumono una luce diversa.
Cosa ci racconti delle tue esperienze come coreografo?
La mia primissima avventura in questa veste è stata con lo spettacolo “Animanimale”. L’idea coreografica tendeva ad esprimere ed evidenziare le contraddizioni e le conflittualità tra la razionalità umana e l’istintività animale. Un’esperienza fantastica grazia anche alla possibilità di lavorare col grande Alessandro Torresin (ad oggi danzatore freelance e parte del gruppo di Sanremo 2020 accanto a Claudio Baglioni) e con lui capire che questa è la mia strada. Da annoverare anche “Lunatica” che mi ha permesso di lavorare accanto alle magnifiche Matilde di Ciolo e Veronica Galdo con l’intera trama che segue uno sviluppo onirico in cui le due ballerine rappresentano ciascuna due spicchi di personalità, come due facce della Luna. Abbiamo anche vinto dei riconoscimenti ad Hannover per quest’opera.
Come stai vivendo questo periodo in quanto ballerino professionista?
Il momento è difficile per tutti noi ma il mondo dello spettacolo credo che ne abbia accusato più di tutti. I teatri sono chiusi ormai da un anno e un’artista ha bisogno di esibirsi. Sembra quasi inutile andare ad allenarsi perché la nostra vita ha delle sbarre con scritto davanti: “Chiuso per Covid”. Sono sicuro che se riaprissimo i teatri le persone tornerebbero a essere felici.
Cosa vuoi dire a tutti coloro che vogliono approcciarsi alla danza ma temono pregiudizi su questo tipo di attività?
Direi che non si devono far buttare giù dai pensieri o dalle mentalità altrui e che se iniziano a fare danza, iniziano a far parte della cultura e dell’arte di cui il nostro Paese ha immensamente bisogno e grazie alle quali potremo rialzarci dopo mesi di terrore e aridità.
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