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Nardoni, l’amico-segretario di Luzi che insegna a stupirsi con le parole

Valerio Nardoni, livornese classe 1977, ha avuto la fortuna e l'onore di accompagnare negli ultimi anni della sua vita il grande poeta italiano Mario Luzi divenendone amico sinceramente. Oggi è traduttore, professore di lingua spagnola e insegnante della scuola di scrittura creativa Carver per giovani scrittori

Domenica 4 Ottobre 2020 — 07:30

di Giacomo Niccolini

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La prima volta che lo vidi gli dissi: "Io non ho mai letto un solo verso di una sua poesia in vita mia". Lui dall'alto dei suoi centimetri, sorrise di cuore. Gli si allargarono spontaneamente gli angoli della bocca all'insù e mi disse: "Finalmente. Sono 40 anni che non incontro qualcuno che non abbia mai letto un mio verso". E mi abbracciò

Nardoni. Uno splendido pasticcio di caos artistico, intelligenza pratica e ritmo matematico. Se la sua vita fosse una pellicola cinematografica il titolo sarebbe senza dubbio “L’allievo del professore”, un tema ricorrente che Valerio Nardoni, classe 1977 labronico per nascita e indole e anche un po’ per scapigliatura, ha ritrovato nella mirabolante storia che è la sua vita. Lui, con quel cognome un po’ da film di Pieraccioni anni ’90, allievo perenne, inquieto, arrogantemente dotato che nell’ordine dei fatti incontra tre grandi professori che gli hanno cambiato la vita. Il primo, quello più naturale che ci possa essere nell’esistenza di tanti di noi: il nonno. “Ho vissuto i miei primi 20 anni della vita con mio nonno e da quando è morto nel 1998 forse sono alla ricerca della sua figura nelle persone importanti che incontro”, si psicoanalizza “Il Nardoni” confidandosi con QuiLivorno.it. Il secondo professore è  “Il K” come amichevolmente lo chiamavano all’università, che detto così sembra più il capo della Spectre che il professore-pescatore di uomini della facoltà di Lingue, il mitologico professor Gaetano Chiappini che lo vide, lo annusò, lo squadrò in tutte le sue sfaccettature, lo mangiò alunno e lo digerì uomo. “Te devi fare il traduttore. Non c’è versi. Però prima impari l’italiano, la sua grammatica e le sue regole, poi impari a tradurre lo spagnolo“.
E così fece. A lui che si iscrisse a Lingue con l’idea di non farcela e per netta sfiducia di se stesso (tanto non ce la farò mai). E “Il K” con lo spagnolo gli iniettò nelle vene anche il seme del vivere, dell’essere in senso stretto, gli insegnò ad avere confini, a toccare i suoi argini per appoggiarsi e risalire quando ce ne fosse stato bisogno. “E credetemi, ce ne fu bisogno tante volte“. E infine Lui. Il più grande e allo stesso tempo più sincero e casuale incontro che “Il Nardoni” potesse fare nella sua vita: il grande poeta contemporaneo Mario Luzi di cui il “nostro” Valerio fu segretario, confidente, amico, “damo di compagnia” e talvolta spietato specchio e consulente, nonché curatore di una ricca antologia pubblicata in occasione dei novant’anni del poeta, momento in cui il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi lo nominò Senatore a vita, dal titolo “La Ferita nell’Essere”.
“Per una serie di conoscenze incrociate risposi ad un annuncio in cui cercavano una sorta di tuttofare per una persona di età avanzata. Seppi solo più tardi che la persona in questione era il più grande poeta vivente che esistesse in Italia. Quando mi presentai a Firenze, nella sua casa sul lungarno, al cospetto di Luzi, io poco più che ventenne con capelli lunghi fino alle mutande, fui però subito molto chiaro. Lo guardai negli occhi e gli dissi: “Io so perfettamente chi è Lei. Ma io non ho mai letto un solo verso di una sua poesia in vita mia”. Lui dall’alto dei suoi centimetri, sorrise di cuore. Gli si allargarono spontaneamente gli angoli della bocca all’insù e mi disse: “Finalmente. Sono 40 anni che non incontro qualcuno che non abbia mai letto un mio verso“. E mi abbracciò. Da quel giorno Nardoni, lesse una poesia di Luzi al giorno. Potendo fare domande fino allo sfinimento.
Così ecco che Nardoni, figlio di un autista di autobus dal magnifico senso pratico e di una casalinga-sarta che sapeva bene abbinare i colori e dal sopraffino gusto estetico, divenne una parte imprescindibile della vita di un pezzo di storia della letteratura italiana. “Lo accompagnai fino alla fine. Nacque una vera e propria amicizia in cui non ci risparmiavamo le critiche l’un l’altro. Certo a volte quando gli facevo notare certe cose si arrabbiava. Ma mi diceva: “Te fammi notare tutto, perché ho 90 anni. Devi dirmi come stanno le cose. Io poi mi arrabbio, perché non sono riuscito a vederle io. Ma poi ti prometto che ci rifletto. E se hai ragione…“.
E ogni tanto Nardoni nella sua vita ha avuto il vezzo di avere ragione. In maniera guascona, a volte inconsapevole e altre volte scientifica in virtù del suo anno di ingegneria meccanica e dei suoi due anni all’ITI che, a naso, mal si mescolano con la laurea in lingue e i tre anni di liceo artistico. E invece Nardoni è un cacciucco di imprevedibilità. Come quando si guadagnò il “titolo” di traduttore della casa editrice Passigli puntando, ancora una volta su se stesso. “Mi permisi di dire che una traduzione di Neruda fosse un vero e proprio schifo. Un libro, purtroppo per me, già edito negli anni ’70 e diffuso in tantissime copie e tradotto da un nomone dei traduttori italiani. Il responsabile mi guardò e non fece troppi discorsi. Ora noi si manda la tua traduzione al traduttore ufficiale di Neruda. Se lui dice che hai ragione te, diventi il nostro traduttore, se dice che hai torto non sei più nemmeno il nostro correttore di bozze“.
Il Nardoni, con la sua tipica nonchalance naif accettò, ancora una volta, e ancora una volta in maniera forse inconsapevole, l’ennesima sfida. E ancora una volta la vita lo portò in trionfo come Obelix sullo scudo di Abraracouricx al ritorno dalla sfida contro i romani. La monetina era girata sul lato giusto, ancora una volta. Nardoni iniziò a tradurre Pedro Salinas e Cervantes e grazie a questi due autori, nel 2018, quattordici anni dopo quel momento epico della sua vita, vinse il premio nazionale della traduzione del Ministero della Cultura Italiana. Un anno seguente l’incarico di ricercatore all’università di Modena dove, tutt’oggi, insegna Lingua spagnola e strumenti digitali per la traduzione. Lui, l’alunno per eccellenza divenuto professore. “Alle volte quando entro in facoltà non mi giro nemmeno quando mi chiamano professore”.
Ma i colpi di scena per “Il Nardoni” non finiscono qui. Nel 2012 gli capitò, tra le tantissime pagine scritte, lette e tradotte nel suo percorso, di mettere un po’ di suo inchiostro sopra un libro. “Capelli blu” si intitolava e lo pubblicò la casa editrice E/O. Un bel colpo messo a segno dal buon Nardoni che lo andò a presentare alla Libreria Belforte. “Davanti un sacco di amici, era il mio primo libro. Lo intitolai così senza un preciso motivo. Soltanto dopo, giuro, mi ricordai che Capelli Blu era parte di un verso di Mario Luzi. A volte l’inconscio…”. E con quei capelli blu Nardoni incontrò quello che di lì a poco sarebbe stato il fondatore nonché il creatore e deus ex machina della Scuola Carver, la scuola di scrittura creativa che allena alla lettura ma soprattutto allo stupore. Davanti a lui quel geniaccio dalla voce rotta e rauca di Francesco Mencacci. Ed è subito amore. Si guardano negli occhi e si riconoscono subito. “Perché non vieni a presentare il tuo libro ai nostri allievi della scuola di scrittura? Mi disse Francesco. Io accettai. Da 3 incontri si passò a 5 incontri. Da 5 incontri non sono più andato via”.
Nardoni, since 2012, è infatti uno dei punti cardine, una delle stelle polari della Scuola Carver che sta scaldando i motori per iniziare la nuova stagione dopo la pausa Covid che ha intorpidito penne e animi degli aspiranti scrittori che ogni settimana si riuniscono nei locali della Villa del Presidente di via Marradi per parlare di letteratura, scrittura, parole, emozioni e sensazioni. Al Nardoni sono affidati due corsi: poesia e racconto breve. “Inizialmente erano due percorsi uniti e indistinti. Poi abbiamo pensato di separarli. Una scommessa in un paese dove la poesia non ha mai venduto più di 4mila copie. Ma funziona. La mattina del sabato faccio poesia con un gruppo e il pomeriggio del sabato parlo di racconti brevi con un altro gruppo sempre sotto l’egida della Scuola Carver”. Due offerte formative che vanno a sommarsi all’universo carveriano fatto di palestra per romanzieri, novellieri, appassionati dei grandi classici, amanti della lettura. “Una didattica a 360 gradi nella quale mi sono trovato subito a mio agio. Per quanto riguarda la poesia, ho piena autonomia, mentre per le lezioni sul racconto breve, che quest’anno saranno dedicate al raccontare le città, Mencacci incardina e io svolgo”.
E ciliegina sulla torta ecco anche che Nardoni è l’ideatore di una piccola casa editrice indipendente, nata come no profit, che si chiama Valige Rosse. “Nacque, insieme a Riccardo Bargellini e Paolo Maccari, come idea no profit per dar voce ai poeti all’interno del Premio Ciampi. Da lì la cosa, come spesso accade, ha preso piede. E adesso la casa editrice è tecnicamente ancora no profit ma burocraticamente non più, anche se con gli eventuali guadagni finanziamo eventuali altre pubblicazioni senza prendere una lira in più. Negli anni la casa editrice si è arricchita e completata di cinque collane. Una di queste, nata da poco e di cui vado fiero è Valige di Carver. E serve per dar voce agli scrittori emergenti che vogliono sfogare il loro percorso didattico in una pubblicazione. Senza false pretese. Senza illudere nessuno. Solo per la voglia di mettere un punto ad un percorso fatto di didattica”.
Nardoni adesso ha 43 anni. Ma di quel giovane ispanista, studente traduttore che si presentò alla porta della casa di Luzi con i capelli fino alle mutande, cosa è rimasto? “Adesso sono un’altra persona. Credo che Luzi non si sarebbe interessato di me oggi. Avevo un altro carattere, inquieto, ribelle. Credo che per questo a Luzi piacevo. Mi ricordo che mi aspettava sempre davanti all’ascensore della sua casa sul lungarno. Mi accompagnava alla porta e mi pregava di entrare per primo. Eravamo due amici. Senza pietismi, melanconia o sentimenti inquinati. Passavo due ore praticamente al giorno a casa sua, un giorno sì e uno no. E parlavamo, passeggiavamo, ci confrontavamo. Lui ha trovato sempre in me quell’amico giovane e sincero di cui forse aveva bisogno in quel momento della sua vita. Io in lui quel nonno di cui sono sempre andato alla ricerca dopo la scomparsa del mio. Ha funzionato così. In maniera semplice. Come quella volta che vedemmo una Jaguar a Pescara (nella foto principale, ndr), ad un importante concorso, e volemmo a tutti i costi  farci fare una foto insieme all’interno”. Come due amici, come due complici, con qualche anno di distanza colmati dalla sincerità e dalla necessità, più o meno inconscia, reciproca. Lui, Il Nardoni, che da allievo è divenuto professore. Ma non diteglielo troppo forte… che ancora… come i più grandi docenti, insegna senza accorgersene…

Così scriveva Mario Luzi, in prefazione, di Valerio Nardoni, curatore de La ferita nell’Essere. Un itinerario antologico, uscito per Passigli Editori nel 2004 (in occasione dei 90 anni del poeta) e poi distribuito nel 2005 con il quotidiano “La Repubblica”.
“Valerio Nardoni è un fortunato incontro che questi tardi anni della mia vita mi hanno regalato. Ho potuto conoscere direttamente in lui alcuni aspetti vivi e franchi della gioventù di oggi e in più una tutta sua personale genialità. Quando le circostanze lo misero, per così dire, sulla mia strada, sapeva poco di me. Coscienziosamente volle acquisirne qualche notizia da conversazioni e letture; poi sollecitato da stimoli sempre meno casuali, decise di esplorare sistematicamente il mio lavoro poetico assai più che semisecolare, e poco più tardi di organizzarlo intellettivamente a suo sogno e libido. Nacque allora l’idea di una antologia non canonica, ma libera e attiva – spiritualmente e fantasticamente attiva – quale soltanto Valerio poteva concepire”. 

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