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Nino, operaio di giorno e artista di sera

La storia del livornese Nino Orofino: "Essere sul palco e il pensare ora che succede è diventata un’urgenza. Ma come dice Caparezza non posso permettermi di vivere di solo teatro"

Domenica 29 Dicembre 2019 — 00:01

di Filippo Ciapini

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Quando si parla di perseguire le proprie passioni, senza dubbio il personaggio di cui stiamo per parlare ne è un emblema. Si chiama Nino Orofino, ed è un eclettico artista e compositore teatrale (nello spettacolo Inri 3.0 – un’opera originale che prende in considerazione la rivoluzione della donna, tra le certezze della società e l’interiorità della protagonista Illi – ha svolto il ruolo di principale compositore delle colonne sonore, di antagonista della storia narrata ed è stato anche l’aiuto regista di Adriano Coccolo). Una passione, quella del livornese, esplosa in un momento ben preciso della sua vita quando ancora si dilettava nella musica e nelle lezioni di solfeggio: “Dopo parecchi concerti dal vivo dove c’era una dimensione personale che era il desiderio di esprimersi insieme ad un gruppo musicale – spiega a QuiLivorno.it – Un giorno mi accorsi della “bellezza” delle persone che si muovevano sul palcoscenico, mi colpì il modo in cui si divertivano”. Fu così che circa ventidue anni fa, Nino iniziò il processo di avvicinamento al mondo teatrale con la compagnia teatrale l’Ombra di Peter: “Salire sul palco le prime volte non era solo suggestivo ma anche preoccupante. Ma il brivido dell’essere sul palco e dell’ora che succede è diventata un’urgenza”. La via della vita però non è mai una strada piana senza ostacoli e Nino, con estrema schiettezza e parafrasando una frase di Caparezza, sa che non si può permettere di vivere di teatro. “Purtroppo non vivo di teatro anche se mi piacerebbe vivere dentro un teatro – confessa scherzando – Sono un operaio, faccio facchinaggio e trasporto con i muletti elettrici”. Così, come Clark Kent, Orofino, posati gli abiti da lavoro, si mette il costume da attore e si trasforma. La sua è dunque una doppia vita dove però, spiega, il luogo nel quale si recita di più è proprio quella reale poiché, nel teatro, la libertà è massima, mentre nella dimensione quotidiana è fondamentale scegliere sempre quel compromesso che tendenzialmente spinge, appunto, a recitare”.

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