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Sara, la 19enne che ama i puzzle e sogna il basket americano

La “bimba”, considerata tra gli enfants prodiges della palla a spicchi nazionale, è già salita alla ribalta per le superbe prestazioni tra le fila "green" della nazionale azzurra

Domenica 24 Novembre 2019 — 07:30

di Filippo Ciapini

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La cestista livornese annovera tra le varie presenze in maglia azzurra, un oro ai recenti Europei under 20 dove è stata eletta miglior "centro" della manifestazione

Si aggiunge un altro tassello di eccellenza per lo sport livornese. Stiamo parlando di Sara Madera (nella foto di L.Canu/Ciamillo-Castoria per Fip), cestista scuola Us Livorno/Basket Femminile Livornese che a soli 19 anni ha esordito nella nazionale maggiore in un Italia- Repubblica Ceca valida per le qualificazioni agli Europei del 2021.
La “bimba”, considerata tra gli enfants prodiges della palla a spicchi nazionale, è già salita alla ribalta per le superbe prestazioni tra le fila green dell’Italia annoverando tra le varie presenze, una medaglia di bronzo agli Europei under 16, un argento ai Mondiali under 17 ed un oro ai recentissimi Europei under 20 dove è stata eletta miglior “centro” della manifestazione. “Indossare la maglia dell’Italia non può essere spiegato a parole, lo senti e basta, mi fa sentire viva – ha raccontato Sara in esclusiva a QuiLivorno.it – È bello soprattutto quando percepisci dalle altre squadre il rispetto e la paura agonistica nel doverti affrontare”.
Attenzione, però, non chiamiamola astro nascente. Madera, infatti, nonostante l’età, può contare già svariate presenze in serie A1 ed una maglia da titolare ne Le Mura Lucca, dove è stata mandata in prestito dalla Reyer Venezia, squadra detentrice del cartellino. Sì, proprio quella di un altro livornese, Walter De Raffaele, anche se, Sara Madera, confessa di averci scambiato solamente qualche parola di conforto: “Non ci vedevamo spessissimo, quando sono arrivata era il vice di Recalcati, ci allenavamo prima dei maschi, le poche occasioni dove ci incontravamo, come lo shooting di squadra, erano bei momenti dove scambiare due chiacchiere”.
La continuità di prestazioni, poi, le è valsa, finalmente la chiamata in nazionale tra le grandi il 14 novembre scorso, un’emozione che la stessa atleta livornese fatica ancora a credere. L’ansietta a mille, come piace definirla a Madera, qualche giorno prima del match che poi si trasforma in tensione inconscia, altro termine “Maderaniano”, nel momento in cui coach Capobianco le ha detto “Sara, vai!”. In campo è entrata con decisione, cercando di strappare anche un tiro da due punti dalla media distanza che però ha fatto solamente suonare il ferro. “Sono molto critica con me stessa, ho fatto un palleggio di troppo ed ho sbagliato – ha sottolineato la stella livornese – quello però fortunatamente lo alleni, trovandoti nelle stesse situazioni in partite di campionato, fortunatamente Andrea (Capobianco ndr) mi ha detto che sono stata super”.
Fuori dal campo, la diciannovenne livornese abita in foresteria con le compagne, studia all’università e, tra un allenamento e l’altro, si diletta nell’arte dei puzzle perché, analogamente alla sua frenetica vita, le giornate sono fatte, appunto, ad incastro, dovendo conciliare sport, studio e tempo libero. Ah una curiosità: le piacciono anche i puzzle (anche come filosofia di vita), i numeri pari e quelli doppi, non a caso indossa da una vita il numero 20 e da poco anche il 16… ma il perché di questo, lo leggerete più in basso. L’intervista.

Ciao Sara, ricordi i tuoi primi palleggi?
“Ho iniziato con i maschi nell’Us Livorno con loro ho praticamente trascorso la mia infanzia. Lì sono rimasta la fino a tredici anni quando sono passata alle ragazze, dove ho giocato per altri quattro anni. I miei genitori non hanno mai giocato a basket, non avevo un parente da seguire o imitare quindi la mia passione per il basket è nata diciamo per caso. Mi sono avvicinata a questo sport tramite un amico di mio papà e mi sono innamorata subito”.

Che annate sono state quelle livornesi?
“Il BF Livorno mi ha dato molto e anche Luca (Castiglione, ndr) soprattutto dal punto di vista umano. Non ero abituata a giocare in un contesto di squadra, con le mie compagne c’è sempre stato subito feeling, un clima molto familiare. Da là è cominciata la mia crescita ed il mio maturare”.

Da Livorno alla Reyer Venezia, un bel salto… no?
“Direi di sì! Avevo il cartellino a Livorno, andai in prestito alla Reyer, dove con le mie compagne giocavamo sia nell’under 20 che in A2 con il Pordenone. Abbiamo raggiunto i playoff grazie anche alla coesione di squadra, eravamo giovani e dello stesso nucleo della Reyer, si era instaurata una certa qualità di gioco ci capivamo molto”.

Con la firma del cartellino è partita ufficialmente la tua avventura veneta…
“Dopo aver vinto lo scudetto under 18 ho firmato ufficialmente con la Reyer e sono stata inserita nel contesto della prima squadra. Il primo anno solo allenamenti, mi ricordo le prime volte a fine riscaldamento spingevo talmente tanto che ero distrutta. Volevo dimostrare quanto valevo. Con il tempo ho imparato a gestirmi e sono andata a Lucca”.

 Adesso Le Mura Lucca in A1, vicino a casa, come sta andando?
“Tappa fondamentale. In Reyer non giocavo, per età ed organizzazione di squadra, i due punti cruciali sono stati il passaggio da Livorno a Venezia e da Venezia a Lucca. Livorno non aveva una categoria senior, mi serviva il salto di qualità. Questa è un’opportunità per vedere se riesco a stare in A1 e non fare la comparsa, vedere se posso tenere il campo 25 minuti. Per adesso bene, sto cercando di trovare il ritmo partita più che altro perché giocando in A1 si riesce a vedere lo stacco fisico da giovanile a prima squadra. Nella giovanile potevo prendermi tiri in più o fare una penetrazione, magari forzata, in serie A non te lo puoi permettere”.

Il tutto condito da apparizioni continue e trofei in nazionale giovanile, hai mai avuto paura di non essere all’altezza?
“Sì. Durante il raduno per gli ultimi Europei under 20. Ho fatto il raduno di selezione dove facevo uno, due, tre, zero minuti, un livello completamente diverso dalle altre giovanili non avevo ritmo e fiducia in me stessa. Sai, sono molto critica nei miei confronti, sono molto severa, perfezionista. Tante giocavano in A1 o A2 mentre le avversarie erano titolari in Eurolega ed Eurocup, avevo paura”.

E invece è arrivato il titolo di Mvp e miglior “centro” della competizione…
“Non me lo aspettavo! Pensavo avessero sbagliato (ride, ndr). Nel momento in cui passano le prime due partite l’ansia passa in secondo piano, fai riscaldamento e rompi il ghiaccio, punto. Il titolo, ripeto, non me lo aspettavo per niente, mi ha dato un sacco di fiducia e la convocazione con la nazionale maggiore ancora di più, al raduno con le “grandi” non ci sono andata con la paura di sbagliare, ma con la voglia di essere convocata”.

Ed infatti è arrivato l’esordio il 14 novembre, cosa ti è passato per la mente quei giorni?
“Ho avuto l’ansia vera i giorni prima della partita, ci tenevo talmente tanto che se non mi avesse chiamata ci sarei rimasta veramente male. Da sedici a dodici, quattro potevano essere tagliate ed essendo la più piccola ero tra le papabili. Agli allenamenti, però, non pensandoci, ho fatto delle belle prove e quando mi hanno detto che ero dentro ho fatto il salto più alto della storia”.

Che emozione hai provato quando hai letto il tuo nome dietro la maglia azzurra?
“Pensa che me l’hanno data prima perché non avevo la foto singola con la divisa, quando l’ho visto ho detto wow, la maglia azzurra non si può spiegare a parole, lo senti e basta”.

E poi, quando il coach ti ha chiamato?
“Ero seduta e mi ha detto “Sara vai!”, alla fine era una partita come le altre però entri e giochi con la maglia azzurra. Il tiro che ho sbagliato? Ci ho ripensato molto. Dovevo tirare subito e invece ho fatto un palleggio di troppo. Questo errore però lo correggi, fortunatamente lo alleni, trovandoti nelle stesse situazioni in partite di campionato. Quando il coach mi ha levata mi ha detto che ero stata super e avevo difeso bene, mi ha ripetuto anche che in quella situazione dovevo tirare subito, ma stava anche scadendo il tempo e dovevo tirare per forza, diciamo che non l’ho voluta forzare”.

In squadra con te ci sono atlete del calibro di Cecilia Zandalasini che gioca nella Woman NBA, hai mai pensato ad un futuro oltreoceano?
“Eh magari mi chiamassero per la W. In teoria, gli osservatori ti guardano soprattutto nelle manifestazioni come a Cagliari (Europei under 20, ndr). Sicuramente ho molto da migliorare, la mia ambizione è quella, ogni giocatrice deve avere il suo obiettivo, il mio è andare negli States. Le giocatrici europee sono più adatte alla tecnica ed alle letture di gioco, laggiù più spettacolo e fisico, ci fosse qualche squadra che avesse bisogno del mio ruolo. andrei al volo”.

Ho visto che nelle tue squadre di club hai sempre avuto il 20, numero fortunato?
“Chiamiamolo così dai, il 20 è la data di nascita di mio fratello e poi, a dirla tutta, mi sono sempre piaciuti i numeri pari e doppi. In nazionale ho sempre avuto il 14, in prima squadra il 16. Tutti numeri pari e doppi, apposto così!”.

Raccontaci la tua giornata tipo.
“Mi sveglio la mattina perché ho allenamento e vado in palestra, faccio pesi e tiro oppure gli individuali. Rientro per pranzare e solitamente studio e vado agli allenamenti del pomeriggio. Faccio l’università del design e del prodotto e della moda, è online perché girovagando sempre riesco ad organizzarmi bene. I primi esami ce li ho a dicembre, inizialmente volevo fare ingegneria, ma è comunque troppo difficile con la vita che faccio, se vai a scuola e non capisci chiedi, online non è mai la stessa cosa. Ho comunque deciso di continuare a studiare per tenere la memoria elastica, se smetto non inizio più, se non mi piace non ho problemi a dire cambio“.

Ti sei dimenticata di dire che ami i puzzle!
“Hai ragione, ci perdo le giornate! Ho due puzzle in camera, visto che ho più tempo libero, questo è il primo anno che me li attacco in camera. Nel giro di un mese e mezzo ne ho finiti due, uno sono i Girasoli di Van Gogh, stracomplicato, mentre l’altro è la bicicletta rossa sui ponti di Amsterdam. Mi rilassano, poi se devo essere profonda e filosofica le mie giornate sono fatte ad incastro, facevo le rincorse per conciliare il tutto, se ci pensi il puzzle è trovare il pezzo giusto ed incastrarlo per formare un quadro o una stagione perfetta, fatalità la nostra giocatrice straniera ci ha dato un pezzo di puzzle a tutte noi per testimoniare che da soli non si fa niente, ma se unisci tutti i pezzi diventi un quadro, oramai quel pezzettino è diventato un simbolo di squadra”.

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