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Pielle-Legnano, le pagelle. Donzelli-Alibegovic tele d’autore, Turchetto regia da Oscar

Sabato 9 Maggio 2026 — 02:12

Il sipario si apre tra lacrime e memoria per Enrico Spagnoli, poi la partita diventa cinema puro: partenza a diesel, primo quarto in salita e una Legnano che prova a rovinare la festa. Ma dal secondo periodo la Pielle cambia colonna sonora e passa dal jazz nervoso al rock da stadio, trasformando gara-1 in un controllo totale fino al 76-59 finale. Restano però due ferite aperte verso gara-2: gli infortuni di Ebeling e Gabrovsek e un PalaMacchia che, ancora una volta, dimostra che qui i playoff non sono solo basket ma un pezzo di vita

di Giacomo Niccolini

Il sipario si alza. Finalmente è IL giorno. Ma l’eccitazione è mista al cuore gonfio per il ricordo di chi non c’è più. Non è solo l’esordio playoff, è il brivido lungo la schiena per un addio che fa male: il saluto del PalaMacchia a Enrico Spagnoli è un coro forte, potente, che sale fino al soffitto e oltre, un bacio lanciato verso il cielo prima che la palla a spicchi torni a rimbalzare. “Nothing ends, Adrian. Nothing ever ends”, direbbe il Dr. Manhattan in Watchmen, e la sensazione è che Enrico fosse lì, al suo posto in consolle a far partire The Final Countdown per spingere i ragazzi ancora una volta.

La Pielle parte come un motore diesel in una fredda mattina d’autunno: contratta, quasi timorosa, come il primo atto di un film di Christopher Nolan dove non capisci bene la timeline. Legnano ne approfitta, chiude il primo quarto avanti (17-20) e sembra voler rovinare la festa. Ma dal secondo quarto la musica cambia. La Verodol decide di smetterla con il jazz d’avanguardia e passa al rock duro. Un break nel terzo periodo che è una vera “Sinfonia n. 9” e l’ultimo quarto è pura gestione, stile The Wolf of Wall Street quando tutto è ormai sotto controllo. Però, c’è un però. Come in ogni thriller che si rispetti, il finale lascia il fiato sospeso: Ebeling e Gabrovsek escono malconci, zoppicanti, proiettandoci verso Gara-2 con l’ansia di chi aspetta il post-credit della Marvel per capire se gli eroi torneranno in salute.

E ora, per il post season, ecco il pagellone di QuiLivorno.it

Donzelli 8 – Se la partita fosse un pezzo dei Rolling Stones, lui sarebbe il giro di basso di Sympathy for the Devil: sporco, incessante, quello che ti entra sotto la pelle e non ti molla più. In un avvio di gara dove la Pielle sembrava aver smarrito la bussola, Daniel entra in campo con la stessa attitudine di Jules Winnfield in Pulp Fiction: non è lì per discutere, è lì per “eseguire con grande vendetta e furioso sdegno” ogni pallone che transita nel pitturato. Chiude con 13 punti e 6 rimbalzi, ma la sua vera impresa è trasformarsi nel sacco da boxe di Legnano: subisce 7 falli, incassando colpi che avrebbero steso un bisonte, ma restando in piedi con un sorriso di sfida. È il Johnny Cash di via Allende: un uomo in nero che non cerca la ribalta dei riflettori, ma che detta la legge del più forte in ogni rimbalzo catturato nel traffico. “Scegliete la vita, scegliete un lavoro… io ho scelto di dominare l’area”, direbbe il protagonista di Trainspotting guardandolo lottare su ogni possesso. ROCK ‘N’ ROLL

Alibegovic 7.5
– Avete presente Harvey Keitel in Pulp Fiction? “Sono Mr. Wolf, risolvo problemi”. Ecco, Denis è il risolutore della Pielle. Mentre gli altri lottano nel fango di un primo quarto complicato, lui entra in scena con lo smoking e inizia a ripulire tutto 7 punti e ben 11 rimbalzi (10 difensivi!). È il Velázquez della difesa: dipinge chiusure e recuperi, poi infila la tripla del +14 nel terzo quarto che è un colpo di pennello definitivo. La sua difesa è un’installazione di arte moderna: incomprensibile per gli avversari, bellissima per noi. THE ARTIST

Gabrovsek 7 – Fino a quando resta in campo è una sentenza. 11 punti in meno di 17 minuti. La tripla della staffa nel terzo quarto è una perla. Poi quel rientro zoppicante che gela il sangue. “La bellezza salverà il mondo”, diceva Dostoevskij, e i suoi movimenti in post basso sono pura estetica slava. Si rifugia negli spogliatoi. Poi rientra per dire “Gabro c’è”. Il pubblico impazzisce di gioia nel vederlo. Ma a fine partita il “So and so” alla domanda: Gabro how are you… fa dormire come fachiri su letti di chiodi. SALVATE IL SOLDATO GABRO

Lucarelli 7 – Se la Pielle fosse una tavola di Frank Miller, Jacopo sarebbe l’eroe solitario che cammina sotto la pioggia mentre gli altri cercano riparo. Quando il primo quarto sembra un noir destinato a finire male, lui spunta dall’ombra e piazza la penetrazione sulla sirena che riaccende le speranze del PalaMacchia. È il “Winter Soldier” della Verodol: esecuzione fredda, zero emozioni superflue e una precisione millimetrica che lo porta a un perfetto 6/6 dalla lunetta. Non ha bisogno di monologhi lunghi; gli basta quel 10 alla voce punti per far capire che la missione è compiuta. Si muove sul parquet con la stessa eleganza distaccata di un brano dei Depeche Mode: ritmo costante, un tocco di oscurità e la certezza che, alla fine, il ritornello vincente sarà il suo. Mentre il palazzo trema d’emozione, lui mantiene i battiti bassi e chiude ogni porta a Legnano con un +18 di plus/minus che grida vendetta. L’UOMO DI GHIACCIO

Klyuchnyk 7 – È il primo “clic” della serie, come quando in Inception senti partire il tema di Hans Zimmer e capisci che il sogno è iniziato sul serio. Non fa rumore, ma apre la porta: il suo canestro iniziale è l’appoggio che spezza il ghiaccio e mette la Pielle dentro la partita senza esitazioni. Poi lavora nell’ombra, tra contatti e spazi sporchi, da personaggio secondario dei film di Guy Ritchie: non ruba mai la scena, ma senza di lui la trama non tiene. Non sempre elegante, sempre utile. E nei playoff, spesso, è proprio questo il punto. IL MALE (per gli altri) NECESSARIO (per la Pielle)

Venucci 7 – Il capitano mette la firma sulla vittoria con la tripla in step-back del +11 e quella finale del +20. Non è una gara da record di punti, ma è lui che tiene il timone durante la tempesta del primo quarto. 5 assist che sono cioccolatini Lindt. “Oh Capitano, mio Capitano!, La nave ha superato ogni tempesta, l’ambito premio è vinto” WALT WHITMAN

Leonzio 6.5 – Parte forte con la prima tripla Pielle della serata. Poi si perde un po’ in giocate barocche e rococò nel garbage time (quel passaggio dietro la schiena…WTF!) e non solo, ma la sua energia è contagiosa. Chiude con 8 punti e la sensazione che possa esplodere da un momento all’altro. Quando accelera sembra che qualcuno prema L2 sul joypad della PlayStation e lascia tutti al palo. LA MOSCA ATOMICA

Traini 6,5 – Se guardassimo solo il mirino dall’arco, parleremmo di un cecchino con la polvere da sparo bagnata: lo 0/5 da tre è una nota stonata in una sinfonia altrimenti godibile. È come se Robin Hood mancasse il bersaglio per cinque volte di fila davanti allo sceriffo. Tuttavia, Andrea si riscatta con il lavoro sporco: recupera 2 palloni vitali, smazza assist e chiude con un +19 di Plus/Minus, il dato più alto di tutta la squadra insieme a Lucarelli. Insomma, non segna dalla lunga, ma quando lui è in campo la Pielle vola a +19 sugli avversari. STORM TROOPER (Mira imprecisa, ma utilissimo alla causa)

Ebeling 6.5 – Una tripla importante, 5 punti totali, poi il buio. L’infortunio nel secondo quarto rovina una prestazione che prometteva scintille. Esce tra gli applausi e l’apprensione generale. “Stay gold, Ponyboy”, come direbbero nel film “The Outsiders”…resta d’oro… e torna presto. IN APNEA

Mennella 6 – Fa il lavoro sporco, mette 2 liberi, lotta su ogni pallone. Non brilla in fase realizzativa (0/6 dal campo), ma nel basket di Turchetto servono anche i comprimari che sanno soffrire. Duro, cattivo e progressivo. KAMA KAMA

Virant s.v. – Pochi istanti in campo nel finale sui titoli di coda di un film con happy ending. Entra prende un rimbalzo di grinta e porta palline di ossigeno alla rotazione esausta come un globulo rosso in Esplorando il Corpo Umano (questa la visualizzeranno solo quelli nati tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, ci perdoneranno gli altri). O NULLA?

Turchetto 8 – Gestisce la transizione dal buio del primo quarto alla luce del resto del match con la maestria di un regista da Oscar facendo fronte a una rotazione ridotta a causa degli infortuni che piovono come saette di Giove in un giorno d’estate. La sua Pielle è un meccanismo che, una volta oliato, non lascia scampo. “Il segreto è non correre dietro alle farfalle, ma curare il giardino perché le farfalle vengano da te”, e lui ha curato la difesa in modo maniacale (solo 9 punti concessi nel secondo quarto, chapeau) seminando così il giardino della vittoria che germoglia di tiri ben costruiti e transizioni vincente. Ora però dovrà fare i conti con l’infermeria. CIAK SI GIRA

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