Gara 4, le pagelle. Klyuchnyk e Lucarelli, gli ultimi romantici. Venucci in lacrime, Turchetto “salta con noi”
La semifinale finisce tra gli applausi di quattromila tifosi biancoblù. Klyuchnyk e Lucarelli combattono fino all'ultima cartuccia, Leonzio si arrende al fisico sul più bello, Venucci chiude in lacrime tra le braccia di Turchetto. E mentre Vigevano vola in finale, Livorno saluta una squadra che resterà nella memoria
Il sogno della serie A2 si infrange contro il muro dei rimpianti, contro qualche fischio arbitrale “poco gradito” (per usare un eufemismo) e contro una sfortuna che definire “accanimento terapeutico” è un complimento. La partita del PalaMacchia è stata una discesa dantesca: partita come un’alba radiosa con quel +10 iniziale che prometteva davvero bene, si è trasformata rapidamente in una discesa all’inferno. Leonzio out, Ebeling che esce e zoppica e poi rientra: la Pielle che perde ancora pezzi come nei Dieci Piccoli Indiani (cit. Turchetto/Agatha Christie) falciati non dal valore degli avversari, ma da una sorte bastarda che ha deciso di spegnere la luce sul momento più bello.
Vigevano è arrivata al PalaMacchia con il cinismo di un predatore, chirurgica nel punire ogni esitazione, guidata da un Cucchiaro in stato di grazia che sembrava recitare il monologo di un cattivo di Bond: implacabile e perfetto. Eppure, nonostante il campo sembrasse pendere, nonostante la panchina corta e gli infortuni che si accumulavano come gli errori in un film horror di serie B, la Pielle non ha mai smesso di graffiare. Ha lottato con l’orgoglio di chi sa che, anche se il finale è già scritto, la dignità non si compra al mercato di riparazione. Il PalaMacchia ha tributato l’applauso finale non a chi ha vinto, ma a chi ha avuto il coraggio di restare in piedi in mezzo a un uragano. Si chiude qui la cavalcata, ma l’eco di questa battaglia risuonerà ancora a lungo tra le mura di via Allende.
Ed ora ecco l’ultimo pagellone di stagione di QuiLivorno.it
VENUCCI 7 – Eraclito sosteneva che nessuno si bagna mai due volte nello stesso fiume. Aveva ragione. Perché il PalaMacchia di ieri sera non era quello della Coppa Italia e non era nemmeno quello delle cento battaglie giocate negli ultimi mesi. Era un fiume diverso. L’ultimo fiume da guadare per non morire. Quello più ostico. Mattia lo attraversa fino in fondo. A testa alta. Senza paura, da capitano vero. Sette assist, la regia di sempre, la capacità di tenere insieme i cocci anche quando Leonzio si ferma, Ebeling zoppica, Gabro fatica e Vigevano tira da tre come se avesse trovato una scorciatoia nelle leggi della fisica. Poi arriva la sirena. E resta quell’abbraccio con Turchetto. Infinito in mezzo al frastuono. Le lacrime. Il capitano che si lascia andare dopo mesi passati a fare spesso da argine. Non è l’immagine della sconfitta. È l’immagine dell’appartenenza. SIMBOLO
EBELING 7 – Ne Il vecchio e il mare Hemingway scrive che un uomo può essere distrutto ma non sconfitto. Ecco. La caviglia fa male, il corpo chiede tregua e lui risponde come rispondono certi pugili al dodicesimo round: tornando al centro del ring. Non fa male, diceva Rocky quando Drago lo cazzottava come un palloncino sgonfio. Michele è lì, atterra male di nuovo… esce. Poi rientra. Barcolla ma non molla. Dieci punti, rimbalzi, sportellate, una tripla che tiene acceso il lumicino quando ormai il buio sta entrando dalle finestre. Ogni movimento sembra costargli qualcosa. Eppure continua. E continua. E continua… STOICO
GABROVSEK 5,5 – Paul Cézanne passò una vita intera inseguendo la montagna Sainte-Victoire senza sentirsi mai davvero soddisfatto del risultato. David stasera, e nelle ultime partite di playoff, assomiglia un po’ a quella ricerca affannata, dovuta alle botte prese, incassate e mal digerite e che lo hanno condizionato e non poco in questa parte finale della stagione.
Ci sono i tagli, le letture, la corsa in campo aperto, l’impressione continua che stia per lasciare il segno. Ma il quadro resta incompleto. Qualche appoggio sbagliato, qualche tiro che non vuole entrare, qualche occasione che sfuma proprio mentre sembra pronta a diventare qualcosa di più. Alla fine applaude il pubblico. Noi applaudiamo te Guerriero. Hai portato la tua Pielle fino a qui. NO REGRETS
LEONZIO 6,5 – Gli antichi greci la chiamavano hybris: l’illusione di poter sfidare il destino. Leonzio per due quarti ha dato l’impressione che la partita potesse passare dalle sue mani. Sette punti, una tripla, il PalaMacchia che si accende e una semifinale ancora tutta da scrivere. Poi il fisico interrompe il racconto sul più bello. Gli ultimi venti minuti diventano una condanna silenziosa: guardare i compagni lottare, soffrire e arrendersi senza poter fare altro che stringere i pugni. E con anche lui in panchina si allontana come la spiaggia di gara 5. NAUFRAGO
LUCARELLI 8 – Quando nel 1830 Delacroix dipinse La Libertà che guida il popolo mise una figura davanti a tutte le altre. Non era la più forte. Era quella che continuava ad avanzare. Nonostante tutto. Avanzava. Ventuno punti. Otto canestri su nove da due. Rimbalzi offensivi strappati come le codine del Tato alla Terrazza con i giri gratis ancora da spendere. Canestri dalla media quando il cronometro e l’inerzia stavano prendendo la strada della Lombardia. A un certo punto sembra uno di quei sassofonisti jazz che continuano a improvvisare mentre il locale sta già chiudendo sentendo la magia del ritmo nelle sue vene. E’ lui che suona il corno della riscossa. Stasera Jacopo è davvero… L’ULTIMO DEI MOHICANI
SAVOLDELLI 5,5- Non tutti i bozzetti diventano affreschi. Savoldelli entra in una partita che avrebbe avuto bisogno di pennellate decise e lascia invece soltanto qualche tratto appena accennato. Prova a dare fiato ai compagni ma non trova mai il modo di incidere davvero su una serata che corre troppo veloce. Rimane sullo sfondo. SBIADITO
MENNELLA 7- Se fosse nato un paio di secoli prima probabilmente avrebbe fatto il corsaro. O meglio, il pirata come ci piace più a noi qui a Livorno. Recupera palloni che non sembrano recuperabili, si infila negli spazi più improbabili, trasforma ogni possesso in un’avventura. La giocata da tre punti del secondo quarto è puro spirito mennelliano: metà tecnica, metà improvvisazione, metà follia. Sì, le metà sono tre. Con lui succede anche questo. Quando segna la tripla del quarto periodo a sette minuti dalla fine il PalaMacchia ci crede ancora. Grazie a lui. Lui per primo. Non smette mai. Mai. PICARESCO
KLYUCHNYK 8 – Mentre tutto intorno a lui implode, tra infortuni che falciano i compagni e una Vigevano che tira con percentuali vietate ai minori, lui resta lì, impassibile come un Terminator mandato dal futuro solo per recuperare ogni singolo rimbalzo vagante. 16 punti e 9 palloni recuperati dalle planche che non sono semplici cifre, ma una dichiarazione d’amore. Un disco di De Gregori, un libro di Moccia, un mazzo di fiori sotto la pioggia. Dmytro, te e la Pielle tre metri sopra al cielo. E lui ce la porta davvero la sua Pielle così in alto. Determinante. Klyuchnyk è un atto ufficiale di sfida alle leggi della fisica: un brontosauro che si rifiuta di estinguersi sotto la pioggia di meteore, l’ultimo lucchetto sul ponte Milvio. La più bella lettera d’amore di questa sera. MALEDETTO ROMANTICO PIVOTTONE
ALIBEGOVIC 6,5 – Raymond Carver costruiva racconti con pochissime parole. Denis Alibegovic fa qualcosa di simile con i possessi. Non spreca. Non abbonda. Non decora. Cinque punti che pesano più del loro valore nominale, perché arrivano sempre quando la partita sembra aver bisogno di un piccolo promemoria: la Pielle è ancora viva. In una serata di urla e tempesta, sceglie la sintassi della sottrazione. Stavolta… NEL MENO CI STA IL PIU’
TURCHETTO 8 – Platone sosteneva che si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione. Se avesse visto questa Pielle probabilmente avrebbe aggiunto qualcosa. Magari che si può scoprire anche quanto una città ami una squadra. Senza senza e senza ma. E quanto un popolo ami il suo condottiero. Turchetto perde Donzelli. Perde Leonzio durante la partita. Perde mezzo Ebeling strada facendo. Trova dall’altra parte una squadra che tira col cinismo di un sicario russo e con percentuali che sembrano uscite da un videogioco. Eppure resta lì. Sempre lì. Pronto a fare la contromossa giusta, a giocare su quella scacchiera con la concentrazione di Kasparov. Alla fine il pubblico non guarda neanche il tabellone. Batte le mani per lui. E quando il PalaMacchia canta “Salta con noi, Turchetto salta con noi” succede qualcosa che va oltre una semifinale playoff. Rotea al cielo la sciarpa come se avesse vinto. Come se tutto il palazzo avesse vinto. Ed è una bellissima scena, quasi surreale. Felliniana. Vigevano esulta. E lui è lì nel mezzo a godersi gli applausi. Gli allenatori si giudicano con le vittorie. L’affetto, e la stima, invece, bisogna sempre meritarseli. Ed ora già al lavoro per una Pielle ancora più forte. PAROLA DI TURCHETTO
Riproduzione riservata ©
Cerchi visibilità? QuiLivorno.it mette a disposizione una visibilità di oltre 90mila utenti giornalieri: 78.000 su Fb, 15.500 su Ig e 4.700 su X. Richiedi il pacchetto banner e/o articolo redazionale a [email protected] oppure attraverso questo link per avere un preventivo
QuiLivorno.it ha aperto il 12 dicembre 2023 il canale Whatsapp e invita tutti i lettori ad iscriversi. Per l’iscrizione, gratuita, cliccate il seguente link https://whatsapp.com/channel/0029VaGUEMGK0IBjAhIyK12R e attivare la “campanella” per ricevere le notifiche di invio articoli. Ricordiamo, infine, che potete continuare a seguirci sui nostri social Fb, Instagram e X.