Da Ovosodo a Venezia: Edoardo Gabriellini, orgoglio livornese tiene alto il nome della città
Nel 1997, a soli 22 anni, conquistò il Premio Pasinetti con Ovosodo. Oggi Gabriellini torna al Lido con il suo nuovo film, accolto dagli applausi nella sezione Orizzonti. A ottobre sarà a Livorno per presentarlo nella città da cui è partito
Nel 1997, a soli 22 anni, arrivò al Lido con Ovosodo e conquistò il Premio Pasinetti. Oggi, quasi trent’anni dopo, Edoardo Gabriellini torna alla Mostra del Cinema di Venezia da regista con La città dei vivi: un percorso iniziato a Livorno, cresciuto nel cinema italiano e che, a ottobre, lo riporterà nella sua città per presentare il film. Ci sono storie che, per una città, hanno un significato speciale. Quella di Edoardo Gabriellini è una di queste.
Livornese, classe 1975, Gabriellini esordisce sul grande schermo nel 1997 con Ovosodo di Paolo Virzì, interpretando Piero Mansani. Ha appena 22 anni. Il film, ambientato nei quartieri popolari di Livorno, diventa uno dei titoli più amati del cinema italiano di quegli anni e conquista alla Mostra di Venezia il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria. Gabriellini riceve inoltre il Premio Pasinetti come miglior attore.
È un esordio difficile da dimenticare. Un giovane livornese che interpreta un ragazzo livornese e che, attraverso il cinema, contribuisce a far conoscere la sua città a un pubblico nazionale. Dopo il successo di Ovosodo, Gabriellini continua a lavorare come attore, tornando a collaborare con Paolo Virzì in Baci e abbracci e, nel 2008, in Tutta la vita davanti. Il suo percorso, però, si allarga presto ad altri registi e ad altre storie. Recita in Ora o mai più di Lucio Pellegrini, Io sono l’amore di Luca Guadagnino e C’è chi dice no di Giambattista Avellino. Costruisce così, nel tempo, una carriera capace di superare l’immagine del giovane Piero Mansani.
Poi arriva una nuova scelta: passare dall’altra parte della macchina da presa, da attore a regista. Nel 2003 Gabriellini esordisce alla regia con B.B. e il cormorano, una commedia drammatica dalle atmosfere surreali, presentata alla Settimana della Critica del Festival di Cannes (La Semaine de la Critique).
Nel 2012 dirige Padroni di casa, dramma dalle atmosfere noir e psicologiche con Valerio Mastandrea, Elio Germano e Gianni Morandi, presentato in concorso al Festival di Locarno. Nel 2019 realizza il documentario dedicato a Lindsay Kemp, Kemp. My Best Dance Is Yet to Come, mentre nel 2023 arriva Holiday, thriller psicologico presentato al Toronto International Film Festival e alla Festa del Cinema di Roma.
Una filmografia diversa per generi e temi, nella quale emerge progressivamente uno sguardo sempre più personale. Il ritorno a Venezia con La città dei vivi crea così un filo conduttore con l’inizio della carriera di Gabriellini. Nel 1997 era arrivato al Lido da giovanissimo protagonista di Ovosodo. Nel 2026 torna, quasi trent’anni dopo, con un film diretto da lui, La città dei vivi, liberamente tratto dal romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia.
E il ritorno è stato accolto con grande calore. Applausi a scena aperta alla Mostra del Cinema di Venezia per La città dei vivi, presentato nella sezione Orizzonti.
Un’accoglienza intensa per un film che sceglie di avvicinarsi a una delle pagine più sconvolgenti della cronaca italiana recente senza trasformarla in spettacolo. Il film affronta l’omicidio di Luca Varani, una vicenda che ha occupato per mesi le cronache italiane. Gabriellini sceglie però di non trasformare la storia in un classico true crime e, soprattutto, di non inseguire la spettacolarizzazione della violenza.
Al centro non ci sono i carnefici, ma la vittima. Non il sangue, non il momento dell’omicidio, non il clamore mediatico: lo sguardo si concentra sulla vita di Luca, sulla sua famiglia, sulle persone che gli sono state vicine e su ciò che rimane dopo la tragedia.
È proprio nella sottrazione che il film trova la sua forza. Gabriellini stesso ha definito La città dei vivi «un racconto di formazione interrotto» e ha scelto un linguaggio asciutto, naturalistico e insieme lirico, suggerendo come, a volte, mostrare meno possa essere più forte che mostrare tutto. Una scelta che la critica veneziana ha letto come un ribaltamento della tradizionale narrazione del true crime: un film che guarda alla persona e alle sue fragilità più che alla cronaca e ai suoi protagonisti.
Il valore simbolico del ritorno di Gabriellini a Venezia è forte. Nel 1997 un ragazzo di 22 anni arrivava al Lido con Ovosodo e conquistava il Premio Pasinetti. Nel 2026 quello stesso ragazzo torna al Lido da regista e autore, ricevendo l’applauso del pubblico per una storia completamente diversa, ma raccontata con uno sguardo ormai profondamente personale.
Quasi trent’anni di cinema separano Piero Mansani da La città dei vivi. In mezzo ci sono una carriera da attore, incontri con importanti registi italiani, il passaggio alla regia e film molto diversi tra loro.
Ma il filo non si è mai spezzato. È partito da Livorno, ed è forse questo l’aspetto che più interessa chi guarda questa storia proprio dalla città. Gabriellini non è soltanto l’attore di Ovosodo: è un artista che, nel corso degli anni, ha costruito una propria strada, affermandosi nel cinema italiano e arrivando oggi a presentare un suo film in uno dei luoghi più importanti del panorama cinematografico internazionale.
E dentro questa storia c’è anche Livorno.
Quella Livorno che nel 1997 era protagonista, insieme a lui, di Ovosodo e che oggi ritrova in Gabriellini un motivo di orgoglio, non soltanto per quel giovane attore che quasi trent’anni fa conquistò Venezia, ma per il regista che, dopo un lungo percorso, torna al Lido con una voce e uno sguardo propri. Perché Livorno è anche questo: una città capace di esprimere artisti, personalità e talenti che, partendo dalle sue strade, riescono a raggiungere palcoscenici importanti, portando con sé il valore e l’identità del luogo da cui provengono.
Ma il viaggio non finirà al Lido.
A ottobre, Edoardo Gabriellini tornerà a Livorno per presentare La città dei vivi. Sarà un ritorno particolarmente significativo, nella città dalla quale è partito quasi trent’anni fa, questa volta per presentare un film da regista.
Perché quando un livornese arriva lontano, il suo successo diventa anche un po’ quello della città da cui è partito.
E oggi Edoardo Gabriellini, dopo quasi trent’anni di cinema, rappresenta proprio questo: un orgoglio livornese capace di tenere alto, attraverso il proprio lavoro, il nome di una città che da sempre ha saputo esprimere artisti e talenti.
(ringraziamo per la collaborazione e la disponibilità Francesca Cecchi)
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