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Lenti è campione dei pesi leggeri: “Non vedevo l’ora di vincere per avere parola”

Il pugile classe 1992 ha vinto il titolo battendo Gianluca Picardi. Una storia di sconfitte e delusioni, Vairo Lenti dedica la cintura conquistata a "tutti quei pugili forti che non hanno mai avuto l'occasione della vita"

Lunedì 12 Aprile 2021 — 21:41

di Filippo Ciapini

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Dopo la cintura dei pesi piuma di Jonathan Sannino un altro titolo italiano entra dal portone principale della Fortezza. È quello dei pesi leggeri di Vairo Lenti che domenica 11 aprile al PalaCosmelli ha sconfitto l’imbattuto figlio d’arte Gianluca Picardi

La Livorno del ring scrive una nuova pagina di storia. Dopo la cintura dei pesi piuma di Jonathan Sannino un altro titolo italiano entra dal portone principale della Fortezza. È quello dei pesi leggeri di Vairo Lenti che domenica 11 aprile al PalaCosmelli ha sconfitto l’imbattuto figlio d’arte Gianluca Picardi. Una storia forgiata dalle sconfitte quella del pugile classe 1992 del Popeye Club, che ha preferito la gavetta estera a quella italiana, non solo per motivi economici ma soprattutto per le ambizioni di gloria da purosangue del ring. Neanche il tempo di sentire il proprio nome urlato dallo speaker che Vairo Lenti salta già di gioia, guarda la cintura ma non la tocca. Deve andare a ringraziare chi, al suo angolo c’è sempre stato come il padre-allenatore che da sempre soffre con lui e di incontri ne ha visti parecchi. Intervistato telefonicamente da Quilivorno.it il campione italiano dei pesi leggeri si è voluto togliere tutti quei sassolini dentro gli stivaletti, ormai diventati pesanti come massi o meglio, scogli: “Dedico questa vittoria a tutti quei pugili che non hanno mai l’occasione per emergere, non vedevo l’ora di vincere per avere parola”.

Vaironman, che incontro è stato?
“E’ stata una serie di emozioni durata durate dieci riprese, ma mi ero preparato alla grande e non potevo fare altro che vincere. Sono quattro mesi che mi preparavo per questo match, due allenamenti al giorno per sei volte a settimana con un nutrizionista che mi stava dietro, ho dato tutto”.

Come hai gestito tutta questa adrenalina prima di scendere sul ring?
“Credo che mentalmente devi nascere pugile. Sono sempre teso ma abituato, questo senza dubbio è stato l’evento più importante della mia carriera, ma non il più difficile”.

Perché?
“Ho combattuto in Spagna e Svizzera con dei killer. Lui era un pugile bravissimo, uno dei più forti in Italia, ma non aveva mai fatto battaglie, era lo strafavorito. Io però non lo temevo, ero convinto di vincere lo disse anche due settimane fa Sarò il primo che lo batterà e così è stato”.

Verso la conclusione sapevi di avere in pugno il tuo avversario?
“Noi avevamo studiato Picardi, sapevamo che le prime riprese poteva essere pericoloso, quindi schivavo i colpi e rientravo, dopo la quinta è calato drasticamente e all’ottava mi hanno detto vai picchialo che è cotto. Sapevo di poter controllare il match, all’angolo però sono stati strepitosi un lavoro perfetto di tattica”.

Che effetto ti fa vedere quella cintura sul tuo corpo?
“È una rivincita, tanti pugili come me non erano mai presi in considerazione, combattono sempre dietro le quinte. Fare tantissimi incontri e magari perderli anche mi ha reso più consapevole, prima di fare il pugile protagonista ho affrontato quelli forti, prendi le botte vere ma ti rialzi. Ho vinto grazie alle mie sconfitte”.

Come mai la gavetta all’estero?
“Principalmente perché mi piace questa sfida di andare fuori, sai fa un po’ di tutti contro te e mi piace. Chiaramente mi piace il sapore dei palcoscenici, e ovviamente non posso non negare perché pagano molto di più rispetto a qua”.

In Italia, ci campi di pugilato?
“Da ora si spera (ride ndr), per ora no. All’estero qualcosa fai, qua non ci vivi. Ho fatto il pizzaiolo e ho preso un bar, il pugilato è sacrificio, solo per la gloria. Nel caso non dovesse andare bene, va bene così vivo di queste emozioni”.

“Questa vittoria va a tutti i pugili come me”, la tua è stata una dedica da spirito puro…

“Mi è venuto dal cuore, questo sistema-boxe non mi piace. Ci sono tanti pugili che vivono dietro le quinte che non hanno mai un match importante e sono costretti a smettere. Io che ero un 7-4 (sette vittorie, quattro sconfitte), ho avuto la possibilità di sfidare un 9-0 e vincere. I bravi che non hanno soldi in questo sport è difficile che ce la facciano, non vedevo l’ora di vincere per avere parola. La grande soddisfazione è stata anche quella di aver battuto un imbattuto e cogliere al volo la mia prima vera opportunità”.

Chiusura su un piccolo, dato statistico. Adesso Livorno ha due cinture…
“Io e Johnny (Sannino, ndr) abbiamo fatto la storia. Noi livornesi siamo un popolo di pugili, ce l’abbiamo nel sangue, penso a Lenny, Tassi, Sitri, Nenci, Brondi. Siamo una città forte e qualcuno adesso se ne sta rendendo conto. Dobbiamo valorizzare questa cosa, ecco, speriamo di aver dato il via a una nuova storia amaranto io e Johnny”.

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