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“Corri Fede, corri!”, il futuro del rugby italiano è sempre più amaranto con Mori

Dopo Gianmarco Lucchesi è il turno di Federico Mori, stellina della Nazionale under 20 e giocatore delle prestigiose Zebre Rugby Club. Il tre-quarti centro è senza dubbio uno dei talenti più in evidenza del circuito pronto ad un ulteriore salto di qualità nelle pro14 dove ha già segnato una meta all'esordio

Mercoledì 26 Febbraio 2020 — 18:08

di Filippo Ciapini

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Gli allenamenti con lo zio, le diete ferree ed il sangue misto a sudore colato dopo ogni impatto sono solo alcuni degli ingredienti per la crescita dell’atleta perfetto

Chissà quante partite avrà visto immaginando di volare su quel campo verde, chissà quante volte avrà guardato i più grandi in televisione sognando di essere uno di loro. Adesso quel sogno sta diventando realtà, Federico Mori è senza dubbio l’atleta da tenere d’occhio, il ragazzo dalle mani d’oro… anzi dalle mete d’oro. Sì perché la storia di Federico inizia con la prima meta con le Zebre all’esordio nei Pro14, il massimo campionato in circolazione, realizzata nei primi giorni di ottobre. Al tre-quarti centro livornese gli è bastata poco più di mezz’ora di gioco per ricevere palla, saltare qualche avversario e tuffarsi oltre la linea di meta. Mica male per uno che toccava per la prima volta un palcoscenico del genere. Paura? Tremolio delle gambe? Sensazione di sbandamento di fronte a diecimila persone? Neanche per sogno: “Più il livello è alto più mi gaso, è un qualcosa che ho avuto dentro di me fin da piccolo – ci ha confessato scherzando il classe 2000 – Prima di entrare ho pensato che ci doveva essere un motivo se ero lì tra i grandi nonostante fossi il più piccolo, sentivo di meritarlo”.
Da quella meta è iniziata, o meglio, è continuata la favola dell’atleta livornese. Mori, infatti, è senza dubbio uno dei prospetti più interessanti del circuito. L’esperienza con le Zebre gli ha permesso di giocare (e segnare in tuffo tra i due pali) in stadi storici colmi di tifosi contro le stelle di questo sport, proprio come quel Murrayfield Stadium di Edimburgo che tanto ha fatto sognare il giovane livornese. Oppure come quella partita in Challenge Cup contro i campioni del Leicester Tiger ai tempi del Calvisano Rugby, campione d’Italia. Ventimila persone ad assistere al match e un certo Manu Tuilagi, tre-quarti centro dell’Inghilterra finalista in Coppa del Mondo del 2019, pronto a combattere per i suoi compagni. Già, combattere, perché ogni partita nel rugby è una battaglia. Come quella contro la Francia, giocata poche settimane fa nel “Sei Nazioni” under 20, dove solamente un pizzico di lucidità in campo non ha fatto tornare gli azzurrini con una sensazionale vittoria. Beh, mica male, l’Italia. Un altro grande traguardo raggiunto per il talento livornese che, dopo aver scalato tutte le trafila della Nazionale è da due anni titolare inamovibile in quella che, senza dubbio, è una delle selezioni più promettenti degli ultimi anni, un segnale non di poco per il futuro.
Che bello poi condividerla con l’amico di sempre Gianmarco Lucchesi (clicca qui per leggere la nostra intervista all’altro talento labronico) con il quale vive una vera e propria fratellanza. Un lieto presagio per il futuro azzurro del rugby che parla sempre più livornese: “Sono tra i veterani, quello che cerco di fare è trasmettere ai nuovi la consapevolezza delle qualità della squadra e cosa significhi giocare per l’Italia, anche se è la parte meno dura del lavoro”.
Dunque, dopo lo zio Fabrizio (non ha bisogno di presentazioni), il babbo Massimo (giavellottista) e la sorella Rachele (lancio del martello) un altro Mori è pronto a continuare la tradizione sportiva della dinasty, sempre in prima linea per quanto riguarda gesta ed imprese sportive ad alto livello. Gli allenamenti con lo zio, le diete ferree ed il sangue misto a sudore colato dopo ogni impatto sono solo alcuni degli ingredienti per la crescita dell’atleta perfetto. Fatica fisica, certo, ma soprattutto mentale perché non è facile dover ripagare sempre aspettative pesanti come un macigno, anzi, uno scoglio, per restare in tema labronico. Il compianto cestista americano Kobe Bryant, la chiamava Mamba Mentality, credere in te stesso perché nessuno lo farà mai al tuo posto, ed è così che Federico vive la sua vita, testa bassa, prendi la palla in mano e corri, per conquistarli tutti, per poter essere quel ragazzino che prima sognava e adesso fa sognare.

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