Le pagelle: per la Libertas è un “Mercoledì da Leoni”. Piccoli è Mr “+/-“, Diana? Standing ovation
C'è un mercoledì sera in cui non servono surf, spiagge californiane o una colonna sonora anni Ottanta per sentirsi protagonisti di Un mercoledì da leoni: bastano il parquet del Modigliani, oltre 4mila cuori e una Libertas che decide di ruggire davanti alla Fortitudo
C’è un mercoledì sera in cui non servono surf, spiagge californiane o una colonna sonora anni Ottanta per sentirsi protagonisti di Un mercoledì da leoni: bastano il parquet del Modigliani, oltre 4mila cuori e una Libertas che decide di ruggire davanti alla Fortitudo. Bologna arriva a Livorno con quattro vittorie consecutive e l’ambizione di prendersi la vetta, ma finisce dentro una mareggiata amaranto che non lascia scampo. Gli uomini di Diana partono in equilibrio, studiano l’avversario come due pugili prima del gong e poi cominciano a colpire: Graves affonda gli artigli, Tiby fa tremare il ferro, Tozzi spara bordate dall’arco e Piccoli mette il suo mattoncino (mattoncione direi) nell’impresa collettiva. Il terzo quarto è il momento in cui l’onda diventa tsunami: 69-44, venticinque punti di vantaggio e la Fortitudo con la bussola impazzita. Mayday mayday…
Alla fine il tabellone recita 85-59, la Libertas centra la quinta vittoria consecutiva e il Modigliani diventa una bolgia amaranto. Non è soltanto una partita vinta: è una prova di forza, un manifesto di appartenenza, una di quelle serate in cui il pubblico non si limita a guardare, ma si sente parte di una bellissima storia. Perché i leoni, quando scendono in campo, possono anche essere undici o cinque; quelli amaranto, stasera, erano tutti dentro la stessa gabbia. E la Fortitudo ha scoperto che a Livorno il mercoledì può essere davvero da leoni. Ma con la criniera amaranto.
E ora godiamoci questo nuovo pagellone della Libertas, da Kafka a Delacroix, da Sherlock Holmes a Dario Argento ecco il mio personalissimo modo di dipingere questa quinta sinfonia amaranto…
size-medium” src=”https://www.quilivorno.it/wp-content/uploads/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-21-at-22.46.40-2-600×400.jpeg” alt=”” width=”300″ height=”200″ />GRAVES 8 – VOSTRO ONORE…
Franz Kafka avrebbe potuto scriverci un romanzo: una squadra entra al Modigliani convinta di giocarsi la vetta e si ritrova imputata in un processo senza appello. Il giudice? Jayvon Graves. L’accusa? Venti punti, sei rimbalzi, cinque assist vostro onore e una quantità di problemi che la difesa bolognese non riesce a risolvere nemmeno chiedendo il rinvio dell’udienza. Quando parte in penetrazione, gli avversari possono soltanto sperare che cambi idea. Non la cambia. E allora, signori della Corte, non resta che prendere atto della sentenza: Graves colpevole di aver trasformato una partita di cartello in una lezione di pallacanestro. OBIEZIONE RESPINTA!
TIBY 8,5 – IL CAPITANO, IL POPOLO E LA RIVOLUZIONE AMARANTO
Liberté, Égalité, Fraternité. La Rivoluzione francese aveva i suoi ideali, Livorno ha Matthew Tiby e la sua schiacciata a due mani che fa tremare il Modigliani. Il capitano apre con le triple, si prende il ferro e poi si mette al servizio della squadra, perché qui non si tratta di conquistare la Bastiglia ma di difendere una vetta che comincia a diventare una bella abitudine. Diciotto punti e sette rimbalzi: il manifesto è affisso, la Fortitudo è avvertita. Perché come dice in conferenza stampa post partita: la cosa più bella di essere capitano di questa Libertas è essere compagno di squadra dei miei compagni. “Stasera sono felice per Filippo Gaeta”, pensate un po’. L’ha detto davvero!
E se Delacroix avesse dipinto La Libertà che guida il popolo con una canotta amaranto, probabilmente avrebbe messo Tiby in prima fila, pallone sotto il braccio e nessuna intenzione di fare prigionieri. LA LIBERTÀ CHE GUIDA IL POPOLO, VERSIONE MODIGLIANI…
PICCOLI 9 – PICCOLI… SOLTANTO DI COGNOME
Matteo, ma cosa sei? Cinque punti, certo. Ma soprattutto un +28 di plus/minus, che in una partita del genere è un indizio da lasciare sulla scrivania di Sherlock Holmes. Nei suoi minuti la Libertas scava il solco, corre, difende e trova le soluzioni giuste. Lui serve Tiby per una schiacciata come un croupier smazza no look sul tavolo di Sanremo, lavora senza chiedere i riflettori e poi piazza anche la tripla che rimette Bologna al suo posto quando l’Aquila Felsinea stava provando a rialzarsi in volo. In fondo, come insegnava Totò, è la somma che fa il totale. E qui il totale dice che Piccoli è stato dentro una delle versioni migliori della Libertas vista finora. Non sempre il protagonista è quello che urla più forte: a volte è quello che, quando si spengono le luci, scopri essere stato dappertutto. IL GRANDE PICCOLO.
TOZZI 8 – LA BELLEZZA È NEGLI OCCHI DI CHI GUARDA. E NEL POLSO DI CHI TIRA.
Quattordici punti in venti minuti. Se il Rinascimento avesse avuto il tiro da tre, Luca Tozzi avrebbe avuto un posto nella bottega di Raffaello. Non tanto per la quantità, quanto per il modo in cui riesce a dare forma alle cose: la tripla profonda che allunga il vantaggio, il canestro dalla media nel momento in cui la Fortitudo prova a rimettere il naso dentro la partita, quella presenza da capitano che non ha bisogno di fare rumore per farsi sentire. E poi c’è il tap-in sulla sirena del primo tempo, quando il pallone di Penna non entra e lui si avventa sul rimbalzo per il 44-33. Michelangelo scolpiva il marmo togliendo il superfluo. Tozzi, quando serve, fa qualcosa di simile con le difese avversarie: trova il varco, lo riconosce e ci passa dentro. LO SCALPELLO CON I RICCIOLI
PENNA 7,5 – IL DIRETTORE D’ORCHESTRA
Lorenzo Penna dirige. E in una serata in cui Graves fa il solista, Tiby percuote i tamburi e Tozzi trova le note giuste, il suo compito è tenere insieme la partitura. Quattro assist, sei punti e una regia che aiuta la Libertas a passare dall’equilibrio iniziale alla fuga. Nel secondo quarto trova anche il canestro dalla media, mentre la Fortitudo cerca di complicare la vita agli amaranto. Poi mette il pallone nelle mani giuste, al momento giusto, perché il basket è anche questo: sapere quando essere protagonisti e quando lasciare che lo diventi un compagno. Leonard Bernstein avrebbe apprezzato il movimento collettivo, ma forse avrebbe chiesto a Penna di concedersi un assolo in più. Qualche conclusione non va, però la musica della Libertas gira bene anche grazie a lui. L’ORCHESTRA È AMARANTO.
VILDERA 7,5– SISIFO AMARANTO
Albert Camus, che a Sisifo dedicò uno dei suoi saggi più celebri, avrebbe forse apprezzato Giovanni Vildera: perché nel basket, come nella vita, non basta arrivare in cima, bisogna avere ancora la forza di ricominciare. Il lungo amaranto chiude con nove punti in diciotto minuti, si fa trovare nel cuore dell’area, corre in transizione e porta centimetri e sostanza in una serata in cui la Libertas finisce per stritolare la Fortitudo. Niente epopee costruite su un singolo pallone, dunque: il suo è un lavoro fatto di presenza, contatti e disponibilità a stare dentro la battaglia. Mentre Graves incendia il parquet e Tiby fa sentire il peso della propria leadership, Vildera tiene aperto il cantiere sotto canestro, dove ogni possesso è una piccola fatica e nessuno ti regala niente. Sisifo almeno spingeva sempre lo stesso masso; Giovanni, quando può, lo manda direttamente a referto. IL SERGENTE DEL PITTURATO
COURNOOH 7 – IL COLPO DI SCENA ARRIVA QUANDO IL PUBBLICO PENSA DI CONOSCERE GIÀ IL FINALE. Dario Argento sapeva che il momento decisivo di un thriller non è necessariamente quello in cui compare il colpevole, ma quello in cui lo spettatore capisce di essere rimasto senza via d’uscita. Nel quarto periodo la Fortitudo prova a riaprire la faccenda, approfitta di qualche possesso favorevole e si riporta a distanza meno proibitiva. Poi David Cournooh si alza dall’arco e infila la tripla del 79-58. Sipario. Sei punti in ventidue minuti, ma quella bomba ha il peso di una porta sbattuta in faccia. Non c’è bisogno di un monologo, non c’è bisogno di spiegazioni: basta il pallone che attraversa la retina e il Modigliani che torna a respirare tranquillo. IL DELITTO PERFETTO
VALENTINI 6,5 – IL CORAGGIO DI SPORCARSI LE MANI.
Cinque punti, una tripla importante nel primo quarto e tanta disponibilità a fare quello che la partita chiede. Fabio Valentini non è uno che aspetta che il pallone gli arrivi comodo tra le mani: se c’è da rincorrerlo, si corre; se c’è da buttarsi sul parquet, ci si butta. Nel terzo quarto lo dimostra con un recupero in tuffo che vale più di tante parole. Viene in mente il giovane Hemingway di Il vecchio e il mare: non la lotta per il trofeo, ma quella ostinata dignità di chi continua a combattere anche quando la fatica si fa sentire. Valentini non deve necessariamente riempire il tabellino per dare qualcosa alla Libertas. La sua parte è esserci, mettere energia e ricordare che una vittoria come questa si costruisce anche attraverso gesti che non finiscono nei titoli. NON TUTTO FA STATISTICA, MA TUTTO PUÒ FARE SQUADRA.
POSSAMAI 7 – FACCIA TOSTA SOTTO LA RETINA
Quattordici minuti, la faccia tosta di chi contribuisce alla grande difesa e una stoppata che spiega meglio di tante parole il suo contributo. Possamai presidia l’area, contesta le conclusioni e prova a togliere alla Fortitudo quella sicurezza che ogni squadra cerca quando attacca vicino al ferro. In un mondo di supereroi, il centro amaranto è il personaggio che non ha bisogno di una battuta a effetto: basta che si presenti sulla scena perché gli altri debbano cambiare programma. Stan Lee avrebbe potuto disegnargli un mantello, ma forse sarebbe stato d’intralcio nei movimenti. La cosa importante è che la Libertas, mentre Graves attacca e Tiby colpisce, abbia anche qualcuno pronto a dire di no dall’altra parte del campo. DORMITE VOI, CHE A GUARDIA CI STO IO
FILONI 6,5– IL MATTONCINO CHE TIENE IN PIEDI LA CASA
Non tutti sono nati per fare il tetto, qualcuno deve anche mettere i mattoni. E Niccolò Filoni, nei suoi dieci minuti in campo, è l’emblema di quel lavoro silenzioso che permette alla Libertas di costruire una vittoria da 26 punti di scarto. Zero punti a referto, ma il basket non è un concorso di bellezza per tabellini: è un gioco in cui ogni ingranaggio deve fare la propria parte. E Filo la fa proprio bene nei panni di difensore spietato. Mentre Graves si prende la copertina con venti punti e Tiby fa tremare il ferro, c’è anche chi contribuisce a tenere in piedi la struttura, senza chiedere applausi a ogni possesso. Come insegnava John Wooden, le grandi squadre nascono quando ciascuno accetta di fare ciò che serve al gruppo. Filoni è questo: il mattoncino che magari non noti mentre la casa cresce, ma che diventa fondamentale quando guardi il risultato finale. E contro la Fortitudo, mattone dopo mattone, gli amaranto hanno tirato su un palazzo che gli avversari non sono riusciti nemmeno a scalfire. IL GEOMETRA DI FERRO
GAETA 6,5 – IL RAGAZZO DEL FUTURO SI PRENDE IL SUO PRESENTE.
Un minuto, due punti. Per Filippo Gaeta, classe 2009, anche una manciata di secondi può diventare un ricordo da conservare. Il risultato è ormai deciso, il Modigliani è in festa e il giovane amaranto trova il suo canestro in una serata che la Libertas ricorderà per ben altri motivi. Ma guai a considerare irrilevante quel momento: chi è all’inizio del percorso sa quanto lavoro ci sia dietro un ingresso in campo, quanto allenamento separi il desiderio dall’occasione. Nel fumetto di formazione il giovane eroe non salva il mondo al primo capitolo; deve prima dimostrare di essere pronto a entrarci. Gaeta ha messo due punti sul tabellone e un piccolo segnalibro nella propria stagione. TO BE CONTINUED…
SAKINE s.v. – Troppo poco tempo sul parquet per dare un giudizio sensato. Eduardo Sakine Yassine entra, mette piede in una serata che ha già preso la direzione amaranto e si bagna della bolgia dantesca di un pubblico ubriaco di Libertas. Nessun voto tonight, ma una storia davanti ancora tutta da scrivere. WE ARE WAITING FOR YOU
DIANA 9 – C’è una scena di Ted Lasso in cui si capisce che allenare non significa soltanto disegnare schemi sulla lavagnetta: significa far credere a un gruppo di poter diventare qualcosa che, da solo, non sarebbe. Ecco, la Libertas vista contro la Fortitudo ha un po’ questa faccia. Diana prende i suoi uomini, ne valorizza le qualità e li mette nelle condizioni di esprimersi senza che nessuno debba per forza rubare la scena agli altri. Graves ne fa venti, Tiby diciotto, Tozzi quattordici, ma il dato più bello è che la squadra non si aggrappa a un unico salvatore: quando uno accende la luce, gli altri non restano al buio. Dopo un primo quarto equilibrato, la Libertas cambia ritmo, chiude gli spazi, corre e trasforma il vantaggio in una voragine. Non certo un colpo di fortuna né una serata in cui entra tutto: è una squadra che sa cosa fare, che si fida dei compagni e che riesce a mantenere la propria identità anche quando la Fortitudo prova a rientrare. Diana legge i momenti, interviene quando serve e lascia che il lavoro fatto in palestra diventi spettacolo davanti a quasi cinquemila persone. E allora, quando dice di essere “orgoglioso e grato dei miei ragazzi”, non sembra una frase di circostanza. È il riconoscimento di chi sa che una squadra non si costruisce soltanto con il talento, ma con la disponibilità a sacrificarsi, a passarsi il pallone, a fare un passo indietro perché un compagno possa farne due avanti. Aristotele avrebbe parlato del tutto che supera la somma delle parti; oggi, al Modigliani, quel concetto ha indossato la canotta amaranto.
Cinque vittorie su cinque, la Fortitudo battuta 85-59 e la vetta difesa con autorità. Diana merita nove perché non sta soltanto allenando una squadra che vince: sta costruendo un gruppo che comincia a riconoscersi in un’identità precisa. E quando succede, il risultato smette di essere un episodio e diventa una promessa…
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