Libertas-Urania, le pagelle. Tozzi dipinge, Penna incendia, Graves spara: bang bang ed è 4 su 4!
Graves è il miglior realizzatore, Tozzi sfiora la perfezione, Penna accende il terzo quarto e Piccoli fa scendere il sipario con una tripla pesantissima. La banda Diana colpisce ancora: quattro vittorie, entusiasmo alle stelle e una squadra che continua a far sognare la Livorno amaranto
Quattro su quattro. Poker sul tavolo. Si va al river signori. Se fosse un film, saremmo già al quarto capitolo di una saga che comincia a somigliare a Il Signore degli Anelli: ogni domenica un nuovo regno da conquistare, ogni avversario un esercito da respingere, ogni vittoria un altro pezzo di leggenda. Se fosse un romanzo, invece, saremmo dalle parti di Alexandre Dumas: uno per tutti, tutti per uno, con qualche moschettiere che ogni tanto decide di prendersi la copertina (clicca qui per il tabellino finale).
La Libertas supera l’Urania Milano 87-72, resta a punteggio pieno e dimostra che la classifica non è un incidente diplomatico. Dopo un primo tempo combattuto, gli amaranto mettono le mani sulla partita nel terzo quarto, la amministrano nell’ultimo e finiscono per trasformare la resistenza milanese in una resa senza condizioni. Non c’è un solo protagonista, ma un’intera compagnia di giro. Con Graves che fa il pistolero, Penna che dirige l’orchestra, Cournooh che mette i lucchetti e Tozzi che, sulla sirena del terzo periodo, firma un’opera da appendere agli Uffizi. Con cornice amaranto, naturalmente.
Adesso è il momento di godersi questa “Febbre del Sabato sera”, ma mercoledì, manco a dirlo… ci sarà da cavalcare le onde della tempesta per un “Mercoledì da Leoni” contro la Fortitudo Bologna.
GRAVES 7,5 – IL BUONO, IL BRUTTO… E IL GRAVES
Diciotto punti, quattro rimbalzi, quattro assist. Jayvon è il pistolero di Sergio Leone che entra nel saloon senza bisogno di presentazioni: la prima tripla è un avvertimento, il sorpasso amaranto un colpo di scena, i canestri del finale la firma in calce alla sentenza. Quando la Libertas deve ricucire lo strappo iniziale, lui contribuisce a rimettere in carreggiata la diligenza. Quando la partita si avvicina ai titoli di coda, torna a colpire. Non è infallibile, e le percentuali dal campo lo raccontano, ma il suo talento è quello di chi sa prendersi la responsabilità del momento. Diciotto punti che valgono molto più di una semplice statistica: sono il filo rosso di una serata nella quale gli amaranto hanno trovato il modo di piegare la resistenza milanese. Clint Eastwood avrebbe approvato. IL PISTOLERO DEL MODIGLIANI.
TOZZI 8,5 – LA DIVINA COMMEDIA DEL CANESTRO
Dodici punti in diciassette minuti, tre su tre da due e tre su tre dalla lunetta. Una prestazione di precisione quasi calligrafica, completata dalla tripla sulla sirena del terzo quarto che vale il 64-54 e spedisce la Libertas verso l’ultimo periodo con dieci punti di vantaggio. Capitan Tozzi è il personaggio che Dante avrebbe voluto incontrare all’uscita dall’Inferno: una guida che conosce la strada e non sbaglia un passo. Nel primo quarto ruba palla a Saccoccia e si invola a canestro per metterla… in saccoccia… (si lo so, battuta scontata ma un assist goloso per il pagellatore…). Nel terzo prende la rincorsa e dipinge sulla sirena una parabola da appendere agli Uffizi. Quattro conclusioni da due, tutte a bersaglio, e una tripla che pesa come un verso perfetto. Se Caravaggio avesse avuto una canotta amaranto, forse avrebbe dipinto proprio questa scena: la luce che squarcia il buio, il pubblico che si alza, l’avversario che capisce di essere finito nel quadro sbagliato. IL CARAVAGGIO DEL PARQUET.
COURNOOH 7,5 – IL NOTAIO DELLA VITTORIA
Dodici punti in ventitré minuti, due triple e una freddezza che nel quarto periodo diventa un’arma. L’Urania prova a restare aggrappata alla partita, Morse cerca di tenere in piedi i suoi, ma Cournooh risponde con la tripla del 75-61 e subito dopo mette a segno tre liberi che allargano ulteriormente il divario. David non ha bisogno di fuochi d’artificio: porta con sé il registro, controlla i documenti e certifica che la pratica è ormai avviata verso l’archivio. È il notaio che autentica il successo amaranto, quello che non alza la voce perché gli basta mostrare il tabellone. La sua partita è un thriller giudiziario in cui l’ultimo appello viene respinto senza possibilità di ricorso. Due triple, dodici punti e un finale nel quale il sangue freddo vale quanto il talento. FIRMA, TIMBRO E COURNOOH.
PENNA 8 – L’INCHIOSTRO CHE ACCENDE LA MICCIA
Dieci punti in sedici minuti, quattro assist e un dato che merita una cornice: due su due da tre e cinque su cinque ai liberi. Lorenzo Penna non si limita a scrivere una pagina del romanzo amaranto: nel terzo quarto prende… la penna, la trasforma in una spada e comincia a colpire. Prima il contropiede che riporta avanti la Libertas, poi la tripla del 41-37 e quella del 47-37. Due fendenti ravvicinati che cambiano il paesaggio della partita e costringono Milano a inseguire. Un uno due degno di Rocky Balboa contro Ivan Drago alle corde. Con Adriana che si alza in piedi.
Ma c’è anche il regista, quello che alza la testa e mette i compagni nelle condizioni di fare male. Quattro assist sono quattro porte aperte, quattro occasioni costruite per gli altri. Penna dirige un’orchestra nella quale i violini sono le triple e i timpani le accelerazioni amaranto. Il suo nome è già una metafora, ma stavolta il cognome non basta: ci vuole anche il talento. IL DIRETTORE D’INCHIOSTRO.
PICCOLI 7,5 – SATURDAY NIGHT FEVER
Stayin’ alive, stayin’ alive! Al Modigliani Forum il sabato sera ha il ritmo di John Travolta, ma al posto della pista da ballo c’è l’arco dei tre punti e Matteo Piccoli si mette in modalità Tony Manero. Dieci punti in diciassette minuti, tre bombe su quattro tentativi e una certezza: quando la musica sale, lui non resta certo seduto al tavolo. La tripla del terzo quarto dà una bella spinta alla fuga amaranto, quella dell’83-70 è invece il colpo di bacchetta che spegne le ultime luci milanesi. Altro che palla a specchio: qui si balla sul parquet, con il polso caldo e il tempismo di chi sa entrare in pista quando parte il pezzo giusto. Completo bianco, dita puntate verso il cielo e retina che canta: Piccoli accende la febbre del sabato sera. E stavolta il dancefloor è amaranto. TONY MANERO.
TIBY 7 – IL GENERALE IN TRINCEA
Sun Tzu lo avrebbe voluto nel suo esercito, Machiavelli gli avrebbe dedicato un capitolo del Principe: Matthew Tiby sa che le battaglie non si vincono soltanto con le cannonate, ma scegliendo il momento giusto per colpire. Dodici punti, venticinque minuti di battaglia e una tripla, quella del 44-37 nel terzo quarto, che apre la strada alla fuga amaranto. Quando l’Urania prova a mettere il naso avanti, lui risponde senza scomporsi; quando arriva il momento di cambiare marcia, si fa trovare pronto. Non è una prestazione da Michelangelo che scolpisce il David sotto gli occhi del mondo, ma piuttosto da Bernini: materia, forza e movimento, con il marmo che sembra sul punto di prendere vita. Qualche tiro resta sul ferro, perché persino Napoleone ogni tanto perdeva una battaglia, ma il contributo di Tiby ha il peso delle campagne militari decisive. Niente proclami, niente medaglie appuntate sul petto: soltanto il lavoro di chi conosce il mestiere e sa quando alzare il volume. QUELLI COME LUI NON MOLLAN MAI
VALENTINI 6,5 – L’EFFETTO CHE FA
Fabio Valentini entra in scena come un fumettista della Marvel: disegna traiettorie, costruisce azioni e prova a dare un ordine al caos. La tripla del 26-22 è una vignetta da incorniciare, una di quelle splash page in cui il protagonista occupa tutta la tavola e il pubblico si gode l’effetto speciale. Poi, però, il racconto perde per qualche riga la metrica giusta: un libero mancato, qualche conclusione che non trova il lieto fine. Del resto, anche i poeti hanno le loro giornate in cui l’endecasillabo zoppica e persino Dante, prima di arrivare in Paradiso, ha dovuto attraversare l’Inferno. Sette punti e tre assist in ventiquattro minuti, con un contributo alla manovra che va oltre il semplice tabellino. Valentini non scrive ancora il capolavoro della serata, ma qualche bella pagina la lascia. BEHIND THE SCENE
VILDERA 7 – IL CUSTODE DEL REGNO AMARANTO
Se il basket fosse un romanzo di Umberto Eco, Giovanni Vildera sarebbe quello che conosce il significato delle parole che gli altri usano a caso. Sei punti, sei rimbalzi, una lezione di concretezza in un mondo che spesso confonde il rumore con la musica. Niente virtuosismi da prestigiatore, niente assoli da chitarrista rock: Vildera preferisce il basso continuo di Bach, quella linea apparentemente discreta senza la quale l’intera composizione perderebbe equilibrio. Si prende i suoi palloni, fa a sportellate con il gigante Morse, compie il suo mestiere. In un’epoca di effetti speciali, lui sceglie la grammatica. E la grammatica, si sa, non fa sempre spettacolo, ma senza di lei non si scrive neppure una poesia. Se la Libertas è un romanzo, Vildera è la punteggiatura: non si prende la copertina, ma senza di lui non si capisce il senso della frase. O’ PROFESSORE.
FILONI 6,5 – L’OMBRA CHE TOGLIE LA SCENA AL PROTAGONISTA
Zero punti, sedici minuti, due rimbalzi e un recupero. Se ci fermassimo al tabellino, la sua sarebbe una pagina che avrebbe da raccontare poco. Ma il basket, come il cinema di Alfred Hitchcock, vive anche di ciò che non viene mostrato in primo piano. Filoni si prende un compito scomodo: lavorare in difesa su Alessandro Gentile, soprattutto nella prima parte della gara, cercando di limitarne gli spazi e le iniziative. Non è il genere di lavoro che produce automaticamente titoli, applausi o statistiche scintillanti. Eppure può cambiare il modo in cui si sviluppa una partita. Il suo è un ruolo da uomo nell’ombra, di quelli che non finiscono sul manifesto ma contribuiscono a impedire che il protagonista avversario si prenda tutto il film. Perché difendere, contenere, sporcare le linee di passaggio e rendere complicata la vita a un avversario di talento è pallacanestro tanto quanto segnare. IL CACCIATORE DI OMBRE.
POSSAMAI 6 – IL GIGANTE IN CERCA DEL SUO CAPITOLO
Quattordici minuti, tre rimbalzi e un assist. Luca Possamai non trova punti, ma il box score racconta comunque una presenza che va oltre lo zero nella casella realizzativa. Non ci sono elementi sufficienti per attribuirgli un ruolo decisivo ma è buon gregario e nel pitturato la sua presenza pesa. È un personaggio ancora in cerca del proprio capitolo, uno di quelli che nei grandi romanzi russi rimangono per un po’ sullo sfondo prima di trovare il momento giusto per entrare nella storia. Per ora il suo contributo è fatto di lavoro e presenza. Il resto dovrà raccontarlo il campo. IN ATTESA DEL PROSSIMO CAPITOLO.
DIANA 8 – IL COACH CHE SUSSURAVA AI CANESTRI
Una partita non si governa soltanto con le stelle, ma con la capacità di farle brillare al momento giusto. Andrea Diana si gode una Libertas che assorbe la partenza dell’Urania, resta dentro il confronto e poi cambia passo nella ripresa. Il terzo quarto, vinto 28-19, è il punto di svolta: Penna e Tiby colpiscono dall’arco, Tozzi firma la tripla sulla sirena, la squadra prende fiducia e il vantaggio diventa finalmente consistente. Il dato dei sedici assist racconta una pallacanestro nella quale il pallone circola e le responsabilità si dividono. Sei uomini in doppia cifra confermano che non c’è un unico spartito possibile: quando una strada si chiude, la Libertas ne trova un’altra. Anche il lavoro difensivo forte e duro ricorda che il successo non si costruisce soltanto con chi segna, ma pure con chi limita gli avversari. E coach Diana lo sa bene. Diana non ha ancora una sinfonia senza note fuori posto, ma ha una squadra che sa riconoscere il momento in cui accelerare. E quattro vittorie consecutive sono un ottimo modo per cominciare a scrivere la propria musica. MA CHE MUSICA MAESTRO!
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