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Maria Sole: “Al Picchi, da bambina, sbocciò l’amore per il calcio, poi il corso arbitri a 16 anni. Ora fischio in serie B”

E' la seconda donna ad arbitrare la serie B italiana. Fischietto internazionale dal 2019 ha arbitrato la sua prima partita nel 2007 tra Antignano Banditella e Sorgenti nella categoria Esordienti e la mamma del portiere espulso l'attese fuori dal campo. Domenica 17 ottobre i suoi fischi in Cittadella-Spal. Ferrieri Caputi: "Ecco perché ho scelto di diventare arbitro"

Giovedì 21 Ottobre 2021 — 18:13

di Giacomo Niccolini

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E’ la Buzz Aldrin degli arbitri italiani, la seconda donna in assoluto a mettere piede sulla “Luna” della serie B. Come l’astronauta che scese sul suolo lunare subito dopo Neil Armstrong, Maria Sole Ferrieri Caputi verrà ricordata negli annali della storia del calcio per essere il secondo fischietto “in rosa” ad aver arbitrato il campionato cadetto maschile. Un debutto ordinato, senza sbavature quello diretto dal fischietto livornese classe 1990, in Cittadella-Spal (terminata 0 a 0) lo scorso 17 ottobre in Veneto.
Un “mondo difficile” potrebbe canticchiare Tonino Carotone raccontando le gesta della ragazza prodigio della sezione AIA di Livorno Renato Baconcini che proprio da lì ha preso il via alla sua sfavillante carriera arbitrale trovando un volantino, all’uscita di scuola sul suo scooter, che sponsorizzava l’imminente corso arbitri (in partenza per altro proprio in questi giorni, il 9 novembre. A proposito… per info [email protected])Poi la prima partita dove espulse il portiere e la mamma del giocatore l’attese fuori in cerca… di spiegazioni. Nel mezzo tanti sacrifici, tante gioie e la soddisfazione di arrivare là dove solo una prima di lei era arrivata a bordo di un’astronave fatta di coraggio e voglia di atterrare là dove praticamente nessuna, fino ad oggi, è saputa approdare. Ecco la storia di Maria Sole Ferrieri Caputi, innamorata del calcio (e di Roberto Baggio) fin da bambina, quando scoprì l’amore per il pallone grazie ad una partita del Livorno Calcio che andò a vedere per mano al suo babbo sedendosi sui gradoni dell’Armando Picchi.  
Per la seconda volta nella storia una donna, tu in questo caso, arbitra in serie B. Emozione?

“Sicuramente emozione nei giorni prima. Anche perché sapevo che la prova che mi era richiesta era molto impegnativa. Sono la prima donna che arbitra la serie B in questo nuovo campionato, comunque in serie C sono solo alla seconda stagione avendo fatto il debutto meno di un anno fa. E poi era la prima volta che arbitravo con il Var, avevo fatto il quarto uomo ma non l’arbitro con il Var. Alla fine è andata bene i colleghi che avevo accanto erano di grande esperienza e mi hanno coadiuvato molto, mettendomi a mio agio. Sono stati fondamentali”.
Che tipo di partita è stata?
“La partita è iniziata subito forte come intensità. Ho alzato subito due cartellini gialli nei primi dieci minuti. Poi però dopo il match si è calmato. E’ stato il mio benvenuto, il buonasera, sei arrivata in serie B“.
Hai notato la differenza tra i novanta minuti di C e quelli di serie B? 
“A livelli di gioco sicuramente la B è un gradino sopra. Paradossalmente quindi, giocando meglio, per noi arbitri dovrebbe essere quasi più facile seguire lo sviluppo del gioco. Ma come intensità dei contrasti è sicuramente maggiore in B. Anche i giocatori in campo però le danno le prendono e le accettano. Comunque lo step tra le due categorie si vede anche da dentro. Più sale il livello e più la professionalità anche dei contendenti cresce”.
Questo, immaginiamo, lo si nota anche per quanto riguarda le proteste nei tuoi confronti…
“Sicuramente. In B si trova più facilmente il giocatore più esperto che sa anche come farti la protesta che ti mette in difficoltà. Ma la differenza la si vede anche nel livello tecnico dei singoli dove è facile apprezzare anche la giocata improvvisa e di talento che fa piacere vedere”.
 Torniamo invece all’inizio. Come hai iniziato e perché?
“Avevo sedici anni, nel 2006, e frequentavo il Liceo Scientifico Enriques. Uscendo da scuola, sul motorino, trovai un volantino che sponsorizzava il corso arbitri della sezione Baconcini di Livorno. Poi ne parlai con alcuni amici e amiche e decidemmo tutti insieme di iscriverci al corso. Fu un’esperienza bellissima che porto ancora nel cuore. Di chi ha iniziato con me però nel giro di un anno non ne rimase nessuno. Così di quel corso sono andata avanti soltanto io. Ed eccomi qua”.
Come inizia la tua passione per questo sport?
“Per colpa di mio padre (ride, ndr). Fu lui a portarmi da piccolina allo stadio Armando Picchi a vedere, mi ricordo ancora, un Livorno-Lumezzane. Da quel momento fu amore a prima vista. Mi ricordo iniziai a collezionare le figurine a seguire il calcio in tutto e per tutto. Poi erano gli anni di Roberto Baggio e non potevi non innamorarti del pallone. Conservo sempre la maglietta che mia madre mi comprò al mercatino con il numero 18″.
Ti ricordi ancora la tua prima partita arbitrata?
“Certo, come dimenticarsela. Era Antignano Banditella contro Sorgenti categoria Esordienti. Non avevo ancora compiuto 17 anni, era il gennaio del 2007, e mi ricordo che mostrai il cartellino rosso al portiere. A fine partita la mamma del giocatore mi aspettò fuori ma avevo tantissimo seguito con me di amici e parenti che, alla vista di tutte quelle persone pronte a difendermi, desistettero da ogni intento minaccioso e sono andati via”.
Da quella data ad oggi ne sono successe molte. Come hai vissuto questo tempo da donna e da arbitro?
“Ho sempre cercato di portare in parallelo la mia passione che il mio percorso di vita anche professionale. Quindi ho cercato di conciliare le due cose non senza molti sacrifici. Anche nello studio ad esempio ho sempre rinunciato a far esperienze all’estero, come un Erasmus, perché non volevo mai saltare una stagione sportiva. Senza tralasciare il fatto che fare l’arbitro impone un allenamento costante e i weekend impegnati. Tutto ciò con un carico di studio da mettere in conto per laurearsi”.
Quale la difficoltà maggiore?
“Quella di trovare opportunità di studio e lavoro che sì mi piacessero, ma soprattutto mi permettessero di portare avanti anche la passione arbitrale”.
Cosa fa nella vita oltre a fischiare e ad estrarre cartellini?
“Sono una ricercatrice per Adapt, abito a Bergamo e sto concludendo il percorso di dottorato e facciamo ricerche nell’ambito del mercato del lavoro. Questo impiego mi consente di avere abbastanza flessibilità e per me è fondamentale. Ad esempio questo weekend sarò in Scozia a Glasgow nello storico Hampden Park per arbitrare un match di qualificazione mondiale di calcio femminile e serve del tempo per conciliare tutti questi spostamenti con il lavoro e l’arbitraggio”.
La motivazione arbitrale è difficile da tenere sempre alta. E’ così?
“Esatto. La carriera arbitrale è lunghissima. L’obiettivo quindi è davvero a lungo termine e lo devi perseguire e intravedere attraverso un orizzonte lontano e in mezzo ad un percorso irto di difficoltà”.
Da un punto di vista economico, come siete messi voi arbitri?
“Quando sei ragazzino è bello ricevere i primi rimborsi spese con i quali ci paghi le vacanze e gli sfizi. E’ una bella soddisfazione che ti gratifica e ti ripaga dei sacrifici. Il momento più difficile da quel punto di vista sono le categorie dei dilettanti. Quando inizi a fare l’interregionale o la serie D e magari devi stare via due giorni a quel punto non c’è un vero guadagno ma si va pari”.
E come essere umano, cosa ti dà l’essere arbitro?
“Da un punto di vista formativo per la persona è una bella esperienza che consiglio a tutti. E’ come fare uno sport che ti impone di  di assumerti certe responsabilità e ti fa crescere quindi da un punto di vista caratteriale e in più hai un rimborso spese. All’età in cui i tuoi coetanei hanno la paghetta tu riesci ad avere un piccolo tesoretto che deriva dal tuo sforzo, dal tuo lavoro e dalla tua passione. La prima vacanza all’isola d’Elba a 17 anni mi ricordo che riuscii a pagarmela con i primi assegni guadagnati. Fu una bella sensazione”.
Nella sezione AIA di Livorno hai avuto, da un punto di vista di arbitraggio femminile, una guida importante come Carina Vitulano…
“Si, lei per me è sempre stata un modello. Quando io ho iniziato è diventata internazionale. Dopodiché ho visto e vissuto in prima persona le sue fasi migliori di carriera, l’ho vista arrivare agli Europei e ai Mondiali e ho sempre sognato di poter ricalcare le sue orme. Per me è stata sempre un punto di riferimento. Adesso lei fa parte della Commissione di Serie C ed ha assunto un ruolo istituzionale. Vitulano ha fatto molti anni di serie D in un periodo dove comunque scalare le vette nei campionati maschili per noi donne non era proprio così facile”.
Un ricordo che ti lega particolarmente a lei?
“Parto dalla fine. A Cittadella, al mio esordio in B, è stato bellissimo vederla, non in veste ufficiale, sugli spalti. E’ stato molto emozionante, penso per entrambe, e bellissimo. Il mio traguardo di questa serie B è anche il suo”.
E sulla falsa riga di Carina sei diventata internazionale anche tu, giusto? 
“Sì sono arbitro internazionale dal 2019 praticamente quando smise lei. Fu una sorta di passaggio di testimone”.
Quali le difficoltà per te in un mondo prettamente maschile, se ci sono? 
“Altre colleghe rispondono che non ci sono difficoltà e che i giocatori sono tutti professionisti e che poco importa se l’arbitro è uomo o donna. In realtà è vero fino a un certo punto. Un pochino secondo me i calciatori in campo provano sempre un po’ a testarmi e a mettermi alla prova. Non è forse proprio una casualità che al mio debutto in serie B nei primi dieci minuti di partita abbia dovuto estrarre subito due gialli. All’inizio non è che ti danno subito credito. Forse è più difficile guadagnarsi il rispetto per noi arbitri donne”.
E ti offendono platealmente?
“No, magari l’offesa gratuita non arriva tranne che quando fai magari la seconda o terza categoria allora arriva di tutto, anche offese sessiste ma sono spesso più sparate di pancia. Più sali di categoria magari e più trovi i giocatori che in maniera sottile provano a farti credere che tu non sia adeguata a quel contesto. Alla lunga comunque se uno è bravo non sente niente. Si concentra solo sul campo e su quello che fischia. Il problema è che si deve sempre dimostrare di essere in grado ma è, credo, un problema diffuso di tutti gli arbitri non solo degli arbitri donne. La categoria è sempre sottoposta a critiche ed esami continui”.
E dagli spalti?
“Dagli spalti può arrivare di tutto indipendentemente che tu sia donna o meno ma io, personalmente, mi schermo. Non sento niente. Sento solo un rumore di fondo talmente sono concentrata sul campo. E’ peggio il singolo personaggio attaccato alla rete nel campionato di terza categoria o nelle giovanili che ti sbraita contro in mezzo al silenzio che un’intera curva canta. Me la ricordo la sensazione di quando vai in questi campetti mezzi vuoti e senti questa voce sguaiata in mezzo al niente… lì è brutto. Se non sei concentrata e ti viene da ascoltarla allora è brutto”.
Che obiettivi ti poni?
“Adesso devo crescere ancora molto in campo internazionale e rafforzarmi in campo nazionale facendo una buona stagione in serie C. Se arriverà qualche altra partita di B da arbitrare meglio ma devo pensare a far bene in Can C buttando un occhio sempre di più in campo internazionale dove devo ingranare un po’ cercando di scalare qualche gradino. Questo fine settimana arbitrerò per la prima volta un match qualificazione per il Mondiale femminile. E’ un ottobre di prime volte”.
La gara che più ti è rimasta nel cuore in assoluto?
“La semifinale di Coppa Italia dello scorso anno femminile tra Milan e Inter. Perché alla fine il derby di Milano è sempre il derby di Milano e in tribuna c’erano ex arbitri internazionali del calibro di D’Amato e Rizzoli. Una bella emozione e al contempo anche un po’ di pressione”.
Il complimento più bello che hai ricevuto in sede arbitrale?
“Forse quando mi dicono che sono naturale. Che arbitro con naturalezza. Perché alla fine sono così anche nella vita. Non sono una ragazza con tante sovrastrutture. Come mi vedete in campo sono anche fuori. Perché poi alla fine ognuno in campo porta quello che è”.
E sei molto dura?
“No, non mi ritengo una tipa dura. Sono dura solo se mi fanno arrabbiare. Ma di base parte sempre disposta verso l’altro”.
Un consiglio a chi vuole intraprendere questo percorso?
“Sicuramente quello di approcciarsi all’imminente corso arbitri che si aprirà gratuitamente a Livorno il 9 novembre (per info [email protected], ndr). L’arbitro come occasione di crescita personale e caratteriale. La grande novità poi che l’AIA propone dallo scorso anno è la possibilità per i più giovani di avere il doppio tesseramento per cui i ragazzini dai 14 ai 17 anni hanno l’opportunità di continuare a giocare a calcio e fare il corso arbitri e poter iniziare a giocare. Questo va a risolvere anche spesso il problema che i giovani  a quell’età non se la sentono di lasciare il gruppo del calcio per il fischietto. Adesso si può fare. Così hai arbitri che sanno di calcio e giocatori che sanno il regolamento. Un doppio vantaggio non da poco”.

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