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“A Cantù tre mesi in apnea”, De Raffaele racconta la salvezza e parla della “sua” Livorno

Martedì 12 Maggio 2026 — 16:06

Walter De Raffaele applaude la curva strepitosa di Cantù (foto Ciamillo/Castoria)

Arrivato a stagione in corso con una squadra ultima in classifica e una tradizione pesante sulle spalle, il tecnico livornese ha guidato la rincorsa che ha evitato la retrocessione. Tra pressione costante, ambiente compatto e il ritorno a un basket “più puro”, il racconto di una missione trasformata in identità ritrovata, dentro e fuori dal campo con lo sguardo che resta sempre legato anche alla "sua" Livorno tra Libertas e Pielle

di Giacomo Niccolini

C’è un momento preciso in cui una stagione cambia pelle. Per coach Walter De Raffaele è arrivato a metà gennaio, quando la chiamata di Cantù non era una proposta, ma una responsabilità: ultima in classifica, una piazza pesante, una tradizione che non accetta di scendere di categoria. E poco tempo per rimettere tutto in piedi. Perché a Cantù la pallacanestro è una sorta di religione. E quella panchina, non è una panchina qualsiasi, ma ha il peso specifico dell’osmio.

“Avevo voglia di una sfida difficile, di ritrovare energia, di tornare a sentirmi vivo in palestra”, racconta senza giri di parole. Veniva da un periodo di stop, uno dei più lunghi della sua carriera, ma il tempo fermo nel basket non è mai davvero fermo: matura dentro.

E Cantù diventa subito il contrario della pausa. Diventa urgenza. Ogni partita è una linea sottile tra salvezza e caduta, ogni allenamento un pezzo da ricostruire sotto pressione. “Tre mesi e mezzo in apnea, ogni gara vita o morte”, dice. E non è un’esagerazione narrativa, è proprio il ritmo che si respira.

La risposta del campo però ribalta tutto. La squadra si compatta, l’ambiente si stringe, la città spinge. E dentro quel contesto la salvezza prende forma, partita dopo partita. Non c’è un episodio singolo, c’è una continuità mentale che cambia la stagione.

Che tipo di esperienza è stata Cantù, al di là del risultato?
“È stata un’esperienza molto positiva, non solo per l’obiettivo raggiunto ma per tutto il contesto. Il rapporto con il gruppo è stato buono fin da subito, e poi il legame con i tifosi è stato qualcosa di molto forte. È una piazza calda, molto presente, che ti accompagna davvero. E questo aiuta anche nei momenti più difficili. Da non dimenticare poi l’impatto dei tifosi. Lì ho trovato un ambiente incredibile. Gli Eagles sono un gruppo compatto, organizzato, sempre presente. Non solo durante la partita, ma anche fuori, con iniziative, con il sociale, con una presenza costante. E in campo si sente tutto questo, perché ti spingono per quaranta minuti senza mai fermarsi. È una cosa che ti entra dentro e che, nei momenti decisivi, pesa davvero tanto”.

Un ambiente quindi che ha fatto la differenza?
“Sì, perché quando tutte le componenti vanno nella stessa direzione tutto diventa più chiaro. C’era unità tra squadra, tifosi e anche chi raccontava la squadra. Questo in una situazione del genere pesa tantissimo, perché ti toglie pressione e ti dà energia.”

Cosa ti porti dietro di questi mesi?
“Mi porto il ritorno a un basket più puro. Il lavoro quotidiano sul singolo giocatore, la costruzione delle cose piccole, il miglioramento individuale. In altre situazioni giochi sempre per obiettivi diversi, qui invece torni a lavorare anche sulla base. E questo per un allenatore è fondamentale”.

C’è stato un riferimento preciso nello spogliatoio?
“Sì, sicuramente la presenza di giocatori che avevo già avuto come De Nicolao e Moraschini ha aiutato molto, così come Erick Green che è stato un punto di equilibrio importante. Nei momenti chiave servono giocatori affidabili, e loro lo sono stati”.

Passiamo a casa tua: Livorno. Come l’hai vista quest’anno?
“L’ho seguita molto da vicino fino a quando non ho avuto squadra, quindi abbastanza bene sia la Libertas che la Pielle. Parto dalla Libertas: secondo me hanno fatto una stagione molto buona. È chiaro che ci sono stati dei momenti di flessione, come è normale in un campionato lungo, e probabilmente anche il discorso dei punti di Bergamo ha inciso sull’equilibrio finale, ma nel complesso è stata una squadra che ha saputo competere con tutti. Non ha mai avuto sofferenze vere e ha sempre dato l’impressione di poter stare dentro le partite con chiunque”.

Una stagione che lascia sicuramente un “bel” segno…
“Una stagione da protagonisti, che ti lascia una base solida su cui costruire. Poi è normale che tutti vogliano sempre di più, ma bisogna anche avere la misura di quello che è stato fatto. E quello che è stato fatto è un campionato positivo, con zero vere situazioni di emergenza. Adesso viene il passo successivo, che è crescere ancora. Ci sono anche segnali importanti a livello societario e tecnico. Il lavoro di Marco Benvenuti, di Ferencz Bartocci, la continuità di un progetto che sta prendendo forma”.

De Raffaele/ foto Ciamillo Castoria

Cosa ti convince di più del progetto Libertas?
“La crescita societaria e la struttura che si sta creando. È un percorso che sta andando nella direzione giusta, senza forzare i tempi. Anche le conferme importanti, come quella di Tiby, che è una grande grandissima firma, vanno in quella direzione. È una squadra che può consolidarsi ancora. Uno come Tiby è un giocatore difficilmente replicabile, uno che ti cambia il livello della squadra”.

E la Pielle?
“Sulla Pielle il discorso è diverso, ma ugualmente interessante. È una società che sta lavorando bene da anni, con una struttura e un’identità chiara. Anche lì c’è un percorso di crescita, e si vede. Io credo che siano stati messi i mattoni giusti, e adesso manca il risultato più pesante, quello che cambia davvero la prospettiva: la promozione Perché il salto in A2 non è solo sportivo, è proprio un cambio di scenario. Ti apre un altro tipo di ragionamenti, ti cambia la struttura del club, ti cambia tutto. E credo che loro siano arrivati in un momento in cui possono davvero provarci, perché hanno una squadra con un buon mix di esperienza e stanno facendo le cose con logica”.

Due realtà sempre più in crescita…
“Diciamo che a Livorno il tema è sempre quello: due realtà che stanno lavorando bene e che, se fanno il salto giusto, possono dare alla città un peso diverso nel basket italiano. Sarebbe importante, perché parliamo di due società che da anni stanno costruendo davvero con serietà”.

A livello toscano c’è una tradizione forte di allenatori. Te lo aspettavi un anno così?
“Direi che non è una sorpresa, perché è una tradizione che non tradisce mai. Alla fine anche quest’anno i risultati stanno parlando chiaro. Luca Bechi ha fatto un grande lavoro a Cremona, con una squadra costruita con pochissime risorse e portata a un risultato straordinario. Alessandro Ramagli sta facendo bene con una squadra importante, Sandro Dell’Agnello sta facendo un ottimo percorso a Rimini e gioca per la promozione, Federico Campanella sta facendo molto bene con la Rucker ed è in corsa per salire al piano di sopra. E poi Andrea Diana ha fatto una stagione importante con la Libertas. Direi che è un quadro molto positivo”.

C’è quindi un minimo comune denominatore?
“Direi di sì. Il tratto comune, secondo me, è abbastanza evidente: è una mentalità che non molla mai. Sono allenatori che non si piangono addosso quando ci sono problemi, che si adattano e lavorano. E questo alla lunga fa la differenza, perché lo trasferisci alle squadre. Non è un caso se molte di queste squadre, anche nei momenti difficili, restano sempre dentro le partite.”

Cosa serve per fare il salto definitivo a Livorno?
“Per la Libertas serve continuità societaria e strutturale, non solo tecnica. Sono cose che devono crescere insieme. Per la Pielle invece il tema è la promozione, che cambierebbe tutto il contesto. Sono due percorsi diversi ma entrambi seri”.

E sempre guardando in Toscana un’altra piazza come Pistoia che si questi giorni se la sta giocando per rimanere nel basket che conta…
“Si, mi auguro che Pistoia si salvi. Perché è una piazza a cui sono legato, un posto che conosco bene e che ha un pubblico straordinario. Hanno avuto un’annata complicata, anche un po’ sfortunata in certi momenti, ma sarebbe importante che restassero in serie A. Per la loro storia e per quello che rappresentano. Perché alla fine il ragionamento si chiude lì: a Livorno come a Pistoia, come in tutta la Toscana, sono piazze che quando stanno a certi livelli alzano tutto il movimento. E questo conta”.

Alla fine resta una traccia che attraversa tutto il racconto, da Cantù a Livorno, dai playoff mancati alle salvezze sudate: il modo in cui lavora, il modo in cui sta dentro le stagioni. Perché De Raffaele non è uno che accompagna le squadre. Le spinge. Le consuma. Le tira dentro fino in fondo. Uno di quelli che non smette quando finisce il tempo, ma quando sente di aver toccato davvero ogni possibilità. Che allena l’ultimo centimetro dell’anima dei suoi giocatori, quello che non si vede nei tabellini ma spesso decide tutto. E forse è lì, più che nelle classifiche, che passa la sua firma.

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