Rimini-Libertas, le pagelle. Tiby monumentale, Diana capitano Achab
È stata una battaglia sporca, cattiva, degna di un film di Sergio Leone dove alla fine, però, la pallottola d'oro ce l'ha avuta in canna la Dole. Si chiude qui. Obiettivo stagionale in tasca, certo, ma con la consapevolezza che questa squadra aveva ancora benzina per incendiare i playoff
Si spengono le luci, si riavvolge il nastro e resta quel sapore di ponce freddo che non va né su né giù. La Libertas saluta la stagione 2025/26 al secondo turno di play-in, cadendo 95-90 in una Rimini che per quaranta minuti ha tremato sotto i colpi di una squadra che non voleva saperne di andare in vacanza. È stata una battaglia sporca, cattiva, degna di un film di Sergio Leone dove alla fine, però, la pallottola d’oro ce l’ha avuta in canna la Dole.
Il rammarico è un graffio sulla carrozzeria: la rimonta finale, guidata da un Tiby in versione “sciamano” e da un Penna mai domo, ci ha fatto sognare il colpo di mano, l’impresa da consegnare agli annali. Ma il basket, si sa, è un gioco di dettagli e di centimetri: le palle perse nei momenti clou e qualche fischio che ha fatto saltare i nervi (chiedere a Coach Diana per referenze) hanno scritto un finale diverso da quello che sognavamo.
Si chiude qui. Obiettivo stagionale in tasca, certo, ma con la consapevolezza che questa squadra aveva ancora benzina per incendiare i playoff. Restano gli applausi, restano i cori, le facce “amaranto”, quelle “A muso duro”, e resta quella voglia matta di ricominciare domani. Perché la Libertas non è solo una squadra, è uno stato d’animo che non conosce la parola “fine”.
E adesso le pagelle dell’ultimo match della stagione amaranto.
TIBY: 9 – IL PROFETA DEL PALAFLAMINIO. Mette in piedi una prestazione che è un inno alla gioia, un po’ come “L’emozione non ha voce” cantata a squarciagola. Ventisei punti, 36 di valutazione, bombe che arrivano da un’altra dimensione temporale. È ovunque: rimbalzi, triple e liberi glaciali. Se fosse un film, sarebbe “The Revenant”: non muore mai, nemmeno quando la corrente sembra staccata. Nel deserto del terzo quarto è l’unico che trova l’oasi. MONUMENTALE.
PENNA: 7.5 – THE DRIVER. Inizia col botto, infilando bombe come se stesse tirando sassi nel mare dalla spalletta del fosso. È l’anima del recupero finale, quello che ci fa credere al miracolo quando mancano 19 secondi. Peccato per quella palla persa sanguinosa al 37′, un errore che pesa come un lunedì di pioggia dopo le ferie, ma la sua gara resta un manifesto di grinta con un tabellino da incorniciare con 28 di valutazione, 9 falli subiti, 5 assist e 5 rimbalzi catturati. ELETTRICO
VALENTINI: 7 – IL SORPASSO. Mentre la barca imbarca acqua, lui si mette a remare come un ossesso. Otto punti che sono pepite d’oro, una presenza costante che scuote la squadra nel momento più buio. È il Gassman di Dino Risi: sfrontato, veloce, si infila nel traffico della difesa riminese con la cattiveria di chi vuole arrivare primo al traguardo. ANIMA AMARANTO.
PICCOLI: 6.5 – L’ESTATE DI SAN MARTINO. Mette due bombe celestiali che sono come un raggio di sole improvviso nel novembre labronico. La sua è una prestazione che profuma di “Un’avventura” di Battisti: entra, colpisce e ti fa credere che non sia mai finita. Infila 6 punti con una precisione chirurgica (2/2 dall’arco) che farebbe invidia a un cecchino di “Full Metal Jacket”. Un canestro fortunoso nel terzo quarto sembra la mano di Dio che prova a rimettere la Libertas sulla rotta giusta. Resta il dubbio atroce, come in un finale aperto di Christopher Nolan: se avesse avuto più minuti sul parquet, la storia sarebbe finita diversamente? SOLDATO JOKER.
FILONI: 6 – IL BOMBARDIERE LAMPO. Nove minuti di pura intensità. Entra, ruba palla, mette la bomba e sembra pronto a spaccare il mondo. Poi sparisce dalle rotazioni, forse per il fastidio che lo aveva lasciato ai box nei giorni passati lasciandoci però con un dubbio amletico: “E se avesse giocato di più?”. METEORA INFOCATA.
FILLOY: 6,5 – SYMPATHY FOR THE DEVIL. Entra e, quando ormai la nave sembrava affondata, spara due triple che sanno di Michael J. Fox in “Ritorno al futuro”. Sei punti che ridanno speranza, un riff di Keith Richards che sveglia lo stadio nel finale. Non ha più i 40 minuti nelle gambe, ma la classe è quella di un album di De Gregori: senza tempo. ETERNO.
TOZZI: 6 – IL GLADIATORE SENZA SPADA. Ci mette il fisico, la faccia e pure le costole, ma quel 0/2 dalla lunetta sul finale di primo tempo pesa come un macigno. Sembra un quadro di Van Gogh: tanto tormento, molta fatica, ma alla fine il risultato è un po’ troppo scuro per essere celebrato. OPERA INCOMPIUTA.
WOODSON: 5,5 – IL RAGAZZO DELLA VIA GLUCK. Dodici punti sono un bottino magro per chi dovrebbe essere il “solista” della band. Lo 0/2 ai liberi e la mira imprecisa (1/6 dalla linea della carità) ricordano più la sfortuna di Fantozzi che il killer instinct di un americano di A2. Spesso gira a vuoto come un 45 giri rigato. Nel finale cerca il colpo di coda, ma la sua tripla sulla sirena è un “fischio” nel silenzio. OUT OF GAS.
POSSAMAI: 5 – APOCALYPSE NOW. Sotto le plance finisce tritato dal duello con Camara, che lo sovrasta per muscoli e cattiveria agonistica. Perde quattro palloni sanguinosi e soffre maledettamente il pitturato, diventato per lui una giungla impenetrabile come il sergente Elias in Platoon. La schiacciata nel primo quarto resta l’unico lampo in una serata di sofferenza pura. SOTTO SCACCO.
LOMBARDI: 5 – IL RITRATTO DI DORIAN GRAY (AL CONTRARIO). Quattro palle perse in 16 minuti sono un quadro che invece di invecchiare al posto tuo, ti sbatte in faccia tutta la fatica di una serata storta. Cerca la bussola ma trova un film di Lars von Trier: difficile e senza via d’uscita. Un solo canestro dal campo è troppo poco per uno come lui. È come un assolo di sax che stona proprio sul più bello della canzone: l’intenzione c’è, ma la nota resta strozzata in gola. DISSONANTE.
COACH DIANA: 6,5 – L’ULTIMO DEI MOHICANI. La sua partita finisce al 30′ con un’espulsione che sa di rivolta popolare contro il “palazzo”. Esce tra le proteste, lasciando la sua truppa in mezzo alla tempesta come il capitano Achab contro Moby Dick. Ha costruito un’identità forte, ma stasera la fortuna (e spesso qualche fischio aribitrale) si è girata dall’altra parte, come in un film di Woody Allen dove piove sempre nel momento sbagliato. PARTE DELLA CIURMA PARTE DELLA NAVE
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